Archivio mensile:ottobre 2013

Berlusconiani diversi, Berlusconiani spariti

Il voto palese sul caso Berlusconi, come ha spiegato Matteo Renzi , serve ad evitare che nel segreto dell’urna i senatori del Movimento Cinque Stelle possano fornire un “aiutino” al Cavaliere facilmente spacciabile come frutto di franchi tiratori del Partito Democratico e, conseguentemente, provocare la spaccatura del Pd. Secondo il sindaco di Firenze, dunque, la tesi delle sentenze che si rispettano e della legge che si deve applicare , cioè la posizione ufficiale del Pd sulla vicenda Berlusconi, è solo una copertura.

La verità è che con il voto palese a Palazzo Madama il Pd salva se stesso dal pericolo mortale di una riedizione del voto che provocò l’affossamento della candidatura di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Basterebbe la spiegazione che il Pd ha scelto il voto palese per un interesse politico diretto e non per la nobile ragione del rispetto della legge a giustificare il rispetto del regolamento e l’adozione del voto segreto. Ma è proprio questa spiegazione che induce a ritenere che il Pd non rinuncerà mai alla spettacolarizzazione dell’esecuzione politica di Silvio Berlusconi. Non solo per poter esibire lo scalpo del proprio nemico storico, ma per salvare se stesso da una lacerazione che alla vigilia delle primarie potrebbe essere devastante.

La consapevolezza che la sorte politica di Berlusconi è segnata per l’intransigenza del Partito Democratico si ripercuote automaticamente all’interno del centrodestra e, in particolare , sui “diversamente berlusconiani”. Per questi ultimi diventa praticamente impossibile continuare ad essere berlusconiani in maniera diversa. Cioè a manifestare lealtà al leader e a sostenere una coalizione di governo in cui gli alleati (Pd e Scelta Civica) decapitano sulla pubblica piazza del Senato lo stesso leader a cui assicurano fedeltà e solidarietà. Messi alle strette, debbono scegliere tra essere berlusconiani o antiberlusconiani e rinunciare a quella diversità che consente ad Enrico Letta di ribadire come il governo si regga su una “maggioranza politica” diversa da quella originaria.

Che la forzatura del Pd e dello stesso Letta punti a provocare la cancellazione del “diversamente” e la scissione del Pdl-Forza Italia è fin troppo evidente. Ciò che non è evidente è la sorte a cui sarebbero destinati i governativi del centrodestra una volta diventati puntello del governo Letta egemonizzato dal Pd . Qualcuno di loro è convinto che nel breve periodo la scelta di evitare la crisi e le elezioni anticipate consentirebbe agli scissionisti di aumentare il numero dei propri sostenitori in Parlamento. Il che è vero visto che dopo un solo anno di legislatura nessuno frigge dalla voglia di una nuova avventura elettorale.

Qualche altro pensa che riuscendo a tenere in piedi il governo fino al 2015 si potrebbe cercare di riassorbire nel centrodestra il trauma dell’esecuzione politica di Berlusconi e procedere alla sua successione. Ma nessuno sembra porsi il problema che la nuova maggioranza politica, oltre ad essere esposta alla bufera della scontata elezione di Renzi alla segreteria del Pd, si reggerebbe su un pugno ristretto di voti. Come Prodi dopo il 2006. E difficilmente riuscirebbe a superare le difficoltà poste non solo da un Berlusconi ufficialmente martirizzato ma sempre più deciso a vendere cara la pelle forte del sostegno unanime dei propri elettori ma soprattutto da una crisi che appare addirittura aggravata dalla politica economica del governo.

Una prospettiva del genere dovrebbe far riflettere i governativi del Pdl-Forza Italia. Tra qualche mese i berlusconiani diversi potrebbe essere i berlusconiani scomparsi!

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I ministri illusi di destra e sinistra

I ministri di destra e sinistra del governo Letta hanno tirato un sospiro di sollievo dopo la tre giorni di Leopolda di Matteo Renzi che ha lanciato ufficialmente la candidatura del sindaco di Firenze a segretario del Partito Democratico. A loro modo di vedere le quattro riforme lanciate da Renzi per “cambiare l’Italia” costituiscono la garanzia che la sua prossima elezione plebiscitaria a leader del Pd non comporterà la caduta del governo e la sua corsa per la premiership con il ricorso alle elezioni anticipate.

Franceschini da un lato e Quagliariello dall’altro si sentono rassicurati sulla tenuta e la durata del governo dalle parole di Renzi. Beati loro! Ma forse non sarebbe male se oltre alla soddisfazione per la presunta assicurazione ricevuta riuscissero a comprendere il senso dell’iniziativa del sindaco di Firenze e a ricordare a quali risultati portarono i precedenti dello stesso tipo. La Leopolda equivale all’annuncio della discesa in campo di Silvio Berlusconi o, se vogliamo, alla manifestazione del Lingotto in cui Walter Veltroni lanciò la sua idea del Pd come partito innovatore a vocazione maggioritaria.

Alla Leopolda, in sostanza, Renzi ha proposto l’idea di una riforma del Partito Democratico incentrata sulla personalizzazione del leader mutuata dal modello politico americano. Né più, né meno di quanto avevano fatto in precedenza Berlusconi e Veltroni.

Renzi non ha mai nascosto di perseguire questo modello. Che oltretutto è sancito dallo statuto di un Pd che con l’istituzione delle primarie, imitate non tanto dal sistema politico Usa quanto dalla versione mediatica di quel sistema, ha spianato la strada alla personalizzazione estrema del vertice del partito. Ma, a dispetto di quanto possono pensare Franceschini e Quagliariello, l’applicazione della versione mediatica del modello americano non è priva di conseguenze.

Perché negli Stati Uniti le primarie non servono al eleggere il segretario del Partito Democratico o di quello Repubblicano, ma a nominare il candidato premier alla presidenza. E dal momento della conclusione delle primarie al voto per la presidenza deve passare un tempo necessariamente breve, perché, altrimenti, l’effetto galvanizzante dell’elezione del candidato premier rischia di svanire.

A causa della regola imposta dalla società dei consumi comunicativi secondo cui ogni notizia data all’opinione pubblica si esaurisce con estrema rapidità perché sopravanzata dall’incalzare di altre nuove notizie. I tempi lunghissimi della politica italiana tipici della Prima Repubblicasono stati cancellati dall’avvento della società della comunicazione che ha portato all’imitazione del modello personalistico americano. Non a caso Berlusconi annunciò la sia discesa in campo a pochi mesi di distanza dalle elezioni che segnarono il suo primo trionfo.

E sempre non a caso l’incoronazione di Veltroni a segretario del Pd portò nel giro di pochi mesi alla fine del governo Prodi e al ritorno alle urne (quelle che diedero al Pd il 33 per cento dei voti). Basterebbero queste considerazioni per suscitare qualche preoccupazione in Franceschini e Quagliariello. Credere che una volta segretario del partito per volontà plebiscitaria Renzi sia disposto a lasciarsi consumare in un atto di attesa è pia illusione o pura follia. Cioè lo stesso.

Il caso Fini faccia riflettere Alfano

A sinistra l’odio nei confronti di Silvio Berlusconi e il disprezzo verso chi lo ha votato sono talmente forti da spingere i dirigenti e i giornalisti di quest’area a trattare lo scontro in atto nel centrodestra tra il Cavaliere e Angelino Alfano nello stesso modo con cui trattarono lo scontro tra lo stesso Cavaliere e Gianfranco Fini. Chi non ha perso la memoria ricorda bene lo schema manicheo adottato dalla sinistra in occasione della rottura tra il leader del centrodestra e l’ex presidente della Camera.

Da un lato venne presentato il padre-padrone, il proprietario di un partito di plastica, il populista antieuropeo, il solito Cavaliere nero capace di ogni nefandezza. Dall’altro il campione di una destra finalmente moderna, presentabile, europeista ed europea, l’uomo che avrebbe eliminato l’anomalia berlusconiana e riportata la normalità nel sistema politico italiano. Tra i dirigenti e i giornalisti della sinistra nessuno si rendeva minimamente conto che una glorificazione così eccessiva e esasperata di Gianfranco Fini, che cancellava in un colpo solo anni e anni di antifascismo militante speso nei confronti dell’ex erede di Giorgio Almirante, non avrebbe giovato alla causa dell’ex presidente della Camera.

Lo avrebbe fatalmente presentato agli occhi dell’elettorato di centrodestra come un traditore e un volgare voltagabbana. E avrebbe inevitabilmente favorito la resistenza del leader al tentativo di defenestrazione compiuto tra il giubilo dei nemici storici della propria area politica. Ma il disprezzo della sinistra per l’elettorato di centrodestra, considerato antropologicamente minorato proprio per aver seguito per vent’anni il Cavaliere, impedì di capire l’errore marchiano compiuto. Con il risultato che Gianfranco Fini è stato cancellato dai suoi vecchi elettori dal panorama politico italiano. Su Angelino Alfano grava lo stesso pericolo. Con l’aggravante che lo schema usato dalla sinistra per la vicenda Fini si carica nel suo caso di un’ulteriore suggestione.

La glorificazione che viene fatta del suo tentativo di defenestrare il leader del centrodestra viene anche presentata come inevitabile e sacrosanto parricidio che viene compiuto sempre in nome dell’esigenza di cancellare l’anomalia berlusconiana e riportare la normalità (cioè l’egemonia della sinistra) nella vita pubblica italiana. Anche in questo caso il disprezzo nei confronti degli elettori del centrodestra è totale. Nessuno si pone il quesito se questi elettori vogliano o meno la defenestrazione diventata anche parricidio.

E anche quelli che se lo pongono liquidano la faccenda con la convinzione che questi elettori sono talmente stupidi da meritarsi la fine del vecchio leader e l’avvento di un leader comunque dimezzato. Alfano, che non è uno sciocco, sembra essere consapevole che l’abbraccio eccessivamente affettuoso della sinistra eternamente manichea rischia di fargli fare la fine di Fini.

E c’è da augurarsi che, a differenza di chi lo vorrebbe diretto verso una rapida scissione sostenendo che la lealtà al governo Letta deve essere superiore a quella verso Berlusconi, abbia la forza e il coraggio di sciogliersi dall’abbraccio mortale. Tanto più che la fine del governo verrà decretata dalla prossima segreteria Renzi. E che quando si andrà alle elezioni l’unico ancora in grado di prendere voti per tutti sarà sempre Berlusconi. Non importa se come candidato o come simbolo!

Giorgio Napolitano e la legge elettorale

Una ritirata strategica può anche servire a ridurre un fronte troppo esteso ed a ricompattare un esercito mal distribuito su linee lunghe. Ma, come sanno quanti studiano l’Italia della Seconda guerra mondiale, le ritirate strategiche sono sempre la conseguenza non di una vittoria ma di una sconfitta. In politica vale la stessa considerazione. Lo avrebbero dovuto sapere quanti hanno salutato come ricompattamento della maggioranza il passaggio dalle larghe intese alle intese più ristrette che si è verificato in occasione dell’ultimo voto di fiducia al governo Letta-Alfano.

E hanno commentato la riduzione dei consensi della coalizione governativa non come un segnale di indebolimento ma coma la fine del ventennio berlusconiano e come il santo parricidio compiuto ai danni del Cavaliere da parte dei suoi seguaci convertiti alle ragioni di una destra presentabile, moderna ed europea. Oggi si scopre che il passaggio dalla intese larghe a quelle più ristrette comporta come conseguenza la precarietà dell’Esecutivo. Che è diventato pericolosamente molto simile a quello del 2006 di Romano Prodi, che si reggeva sui voti dei senatori a vita e che rischiava di affondare ad ogni passaggio parlamentare.

Con la differenza che mentre il governo Prodi poteva contare su un Partito Democratico sostanzialmente compatto, quello di Enrico Letta si ritrova ad avere una sinistra in cui giorno dopo giorno si va delineando una maggioranza decisa a portare alla segreteria del partito l’uomo che da due anni a questa parte è in campagna elettorale per la propria candidatura a Premier.

Il governo delle strette intese, in sostanza, non può neppure sperare nel sostegno dell’ultima infornata di senatori a vita realizzata da Giorgio Napolitano proprio per questo scopo. Perché gli elementi di debolezza che lo caratterizzano, dalla spaccatura del Popolo della Libertà a quella di Scelta Civica fino all’interesse di Matteo Renzi di usare la segretaria per fare le scarpe a Letta, sono sempre più forti e pressanti.

E hanno trasformato l’unica soluzione politica per una legislatura nata sotto il segno dell’impossibilità di formare maggioranze omogenee in una sorta di morto che cammina verso lo scontato esito delle elezioni anticipate. A rendersene conto per primo è proprio l’artefice della trovata emergenziale delle larghe intese, cioè Giorgio Napolitano.

La decisione irrituale di tenere al Quirinale una riunione di maggioranza per studiare le modifiche da apportare al Porcellum per non ritrovarsi con una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale, indica che il Presidente della Repubblica ha capito benissimo che la sorte dell’Esecutivo è ormai segnata. E che ormai non ci sia più altro da fare che trovare un’intesa al minimo sulla nuova legge elettorale prima di passare ad una inevitabile verifica elettorale nei primi mesi del prossimo anno.

La consapevolezza del Capo dello Stato dovrebbe creare una identica consapevolezza tra i responsabili delle diverse forze politiche. Perché se la priorità non è più la tenuta del governo ma il ricorso alle elezioni anticipate, i comportamenti dei partiti e delle componenti dei partiti stessi dovrebbero cambiare radicalmente. Chissà se questa banale considerazione avrà qualche conseguenza in un centrodestra dove nessuno ha un voto personale e tutti sono sempre andati al traino di Berlusconi?

Caso Berlusconi e democrazia deviata

Il caso Berlusconi costituisce un evidente fenomeno di distorsione violenta e incontrollata dello stato di diritto. Non solo per la persecuzione mediatico-giudiziaria che il Cavaliere ha subito dal momento della sua “discesa in campo” e nei vent’anni successivi.

Ma soprattutto per le conseguenze che la sua vicenda ha prodotto e che è destinata a seguitare ad avere sulla vita pubblica italiana. Il principale esito, che rappresenta la conferma definitiva agli occhi di ogni singolo cittadino di non vivere in una democrazia liberale fondata sullo stato di diritto, l’ha esposto nei giorni scorsi con sintetica efficacia Fedele Confalonieri di fronte ad un’assemblea di giovani imprenditori.

Parlando dell’ipotesi che in sostituzione di Berlusconi possa scendere in campo la figlia Marina, il presidente di Mediaset e amico storico dell’ex premier ha affermato che se Marina prendesse il posto di Silvio alla guida del Pdl-Forza Italia “subirebbe lo stesso calvario del padre”.

L’affermazione è passata sui media come un’indicazione della contrarietà di Confalonieri ad un eventuale impegno politico di Marina Berlusconi. Ed è probabile che il presidente di Madiaset l’abbia pronunciata proprio per esorcizzare un’eventualità che considera negativa per la tenuta e la sopravvivenza dell’impero economico berlusconiano.

Ma, se pure inconsapevolmente, le parole di Confalonieri denunciano una convinzione profondamente radicata nel Paese: chiunque avesse la folle intenzione di imitare Berlusconi decidendo di scendere in politica e puntando a costruire e magari guidare lo schieramento di centrodestra del Paese, subirebbe inevitabilmente il “calvario” che è stato riservato per vent’anni al Cavaliere.

Ciò che la frase di Confalonieri svela, infatti, è la convinzione generale che nel nostro Paese non sia possibile praticare la normale dialettica di ogni sistema democratico. Perché chiunque si proponga di porsi in contrasto ed in alternativa ai poteri forti dello stato burocratico costruito nei decenni dalla sinistra egemone, è destinato ad essere colpito, perseguitato ed eliminato con tutti i mezzi e i modi possibili del circo mediatico-giudiziario che fa capo agli stessi poteri forti. A nutrire una convinzione del genere non sono solo i berlusconiani più intransigenti. Questi ultimi, anzi, proprio perché berlusconiani duri e puri non si pongono neppure il problema del dopo-Cavaliere.

A nutrirla sono tutte le persone normali che vedono come il problema principale posto dalla questione di una eventuale successione alla leadership del centrodestra, sia rappresentato dalla impossibilità di trovare chi sia così folle e temerario da sfidare il tritacarne mediatico-giudiziario messo in piedi dai poteri forti per proteggere se stessi a dispetto di qualsiasi regolademocratica.

E, paradossalmente, sono anche quelli che fanno parte del tritacarne che non perdono l’occasione di ostentare i loro strumenti e metodi di prevaricazione e distorsione per ammonire e tenere in riga chiunque osi solo immaginare di potersi impegnare contro lo stato burocratico dei privilegi. Ma fino a che punto può reggere un sistema fondato sulla minaccia e sulla violenza morale e materiale ?

Epifani, Bindi e sprovveduti del Pdl

La forzatura compiuta dal Partito Democratico con l’elezione di Rosy Bindi e di Claudio Fava alla presidenza e alla vicepresidenza della Commissione Antimafia ha una spiegazione fin troppo evidente. Non è una alzata di testa irresponsabile tesa a strappare la precaria tela su cui poggia il governo delle larghe intese e non è neppure la scelta di dare comunque una poltrona a Rosy Bindi per accontentarla preventivamente in vista delle prossime primarie destinate ad essere vinte dal suo avversario Matteo Renzi.

La decisione di Guglielmo Epifani di dare il via libera all’occupazione dei vertici dell’Antimafia da parte della sinistra e di Cinque Stelle è il lucido tentativo di spaccare a metà il Popolo della Libertà prima che il maggiore partito del centrodestra si possa ricompattare in occasione del voto del Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi.

A fornire su un piatto d’argento l’occasione al segretario del Pd di lacerare il principale alleato delle larghe intese l’hanno offerta nei giorni scorsi due circostanze. La prima è stata l’intervista in cui il ministro Quagliariello ha spiegato che la corrente dei governativi del Pdl è decisa a sostenere il governo anche in caso di nuova minaccia di crisi da parte del Cavaliere.

La seconda si è verificata con il documento dei 24 senatori di rito alfaniano in cui si è ribadito che il governo deve andare avanti a dispetto di qualsiasi critica proveniente dal Pdl sulla legge di stabilità. In gergo calcistico, quello offerto da Quagliariello e dai 24 senatori alfaniani, si chiama assist. Ed Epifani, con la forzatura sull’Antimafia, non ha fatto altro che prendere la palla graziosamente passata dal ministro e dai governativi del centrodestra e buttarla prepotentemente in rete. Nella certezza che da adesso in poi il Pd potrà prendere a calci e a pallate il Pdl visto che una parte consistente del partito berlusconiano rimarrà comunque fedele ad Enrico Letta piuttosto che al Cavaliere.

L’elezione a dispetto di Rosy Bindi è dunque stata per Epifani l’occasione per allargare il solco tra lealisti e governativi del Pdl e premere sui primi per farli reagire con durezza all’atto di prevaricazione del Pd e costringere i secondi ad accelerare il processo di separazione dai fedelissimi berlusconiani. Si è trattato, dunque, di un’operazione tesa apertamente e dichiaratamente a provocare la spaccatura e la scissione del Pdl.

Che può anche essere commentata sottolineando la spregiudicatezza di Epifani e del Partito Democratico. Ma che costringe obbligatoriamente a rilevare come la mossa di Quagliariello e degli alfaniani sia stata un clamoroso errore. Perché, anche nel caso sia nata dalla volontà di rompere apertamente e definitivamente con il partito, è servita solo a depotenziare non solo la parte lealista del Pdl a cui è stata tolta l’arma della minaccia di crisi ma anche quella governativa che è stata condannata a subire sempre e comunque le prepotenze e le prevaricazioni del Pd. Quagliariello e i suoi 24 senatori hanno dunque commesso un errore marchiano.

Da dilettanti e non da professionisti della politica. E non solo perché hanno disarmato il Pdl, ma hanno trasformato loro stessi negli ostaggi passivi da una sinistra ben felice di sfruttarli fino a quando faranno comodo ma ben decisa a buttarli a mare quando non saranno più utili. Certo, non si tratta di un errore irrimediabile. Alfano è stato il primo a correre ai ripari rilevando che la legge di stabilità non è un Vangelo intoccabile. Ma ogni tentativo di recupero difficilmente riuscirà a togliere dalla testa degli elettori del centrodestra, di quelli che non passeranno mai a sinistra, l’immagine che si sono fatta di Quagliariello e dei 24 senatori. Quella di chi è talmente sprovveduto o masochista da tagliarsi gli attributi per far scontenti i lealisti!

Partito leaderistico, elezioni in primavera

Ciò che si andava preconizzando da tempo, ora incomincia a concretizzarsi. Non saranno le divisioni del Popolo della Libertà a far saltare il Governo di Enrico Letta, ma sarà il congresso (o meglio le primarie) del Partito Democratico a creare le condizioni per la fine delle larghe intese e per il ricorso alle elezioni anticipate nella prossima primavera. L’annuncio dato da Matteo Renzi che il suo obiettivo è conquistare i voti dei delusi del Pdl e di quelli del Movimento Cinque Stelle indica chiaramente che l’obiettivo del sindaco di Firenze non è di conquistare il partito per rinnovarlo, ma è quello di usare la segreteria come trampolino di lancio per la sua candidatura a Premier per governare il Paese.

Se il congresso del Pd fosse un vero congresso di tipo tradizionale la linea di Renzi diventerebbe il tema dominante della discussione delle assise nazionale del Pd. Con favorevoli e contrari e, comunque, con un approfondimento destinato a far comprendere all’opinione pubblica del Paese il significato reale dell’operazione. Ma quello che viene definito il congresso del Pd non è altro che un’elezione, a cui partecipano iscritti e simpatizzanti, che dovrebbe concludere una discussione interna avviata dalla presentazione dei programmi del singoli candidati segnata dalla singolare anomalia.

Quella che non essendoci più una struttura interna degna di questo nome in cui dibattere e approfondire, il cosiddetto congresso risulterà essere senza dibattito e l’elezione del nuovo segretario sarà decisa solo sulla base della notorietà mediatica dei candidati. I vecchi post-comunisti del Pd masticano amaro di fronte a quella che è un’evidente berlusconizzazione del loro partito. Ma è dal Lingotto e dall’elezione plebiscitaria di Walter Veltroni a segretario che hanno scelto la strada della trasformazione del partito tradizionale in partito leaderistico.

E oggi sono destinati a ritrovarsi con Renzi segretario a furor di popolo e con la prospettiva di andare al più presto ad elezioni anticipate per far giungere la trasformazione leaderistica del partito alla sua logica e naturale conclusione. Molti considerano questo processo politico in atto nel Pd come una fase di fisiologico passaggio dal vecchio al nuovo. Dove il vecchio è rappresentato dalla tradizionale nomenklatura post-comunista che ha come simbolo supremo Giorgio Napolitano, e il nuovo segnato dal rampantissimo sindaco di Firenze sostenuto dalla necessità dei media di avere un personaggio innovativo da vendere all’opinione pubblica.

Pochi, però, rilevano che questo processo di trasformazione del Pd da “ditta” collettiva, come diceva Pierluigi Bersani, a partito leaderistico, padronale e di modello berlusconiano come chiede Renzi, avviene senza alcun tipo di discussione seria e approfondimento reale. E, soprattutto, senza indicare al Paese dove questa trasformazione potrà portare oltre le elezioni anticipate di primavera. Verso la repubblica presidenziale renziana o, più semplicemente, verso un caos fatto di tante battute e di nessuna idea?

O peggio, verso una repubblica presidenziale in cui si pensa di far uscire il Paese dalla crisi attraverso le battute prive di idee? La logica del leaderismo vorrebbe che spettasse a Renzi disciogliere questi interrogativi di fronte al Paese. Ma visto che il processo di passaggio tra il vecchio e il nuovo è ancora in corso, sarebbe bene che anche l’intero Pd e il resto della classe politica nazionale chiarissero una volta per tutte dove vogliono andare a parare.

Monti e la politica come fatto personale

Che Mario Monti non capisca nulla di politica è ormai un dato assolutamente acquisito. Probabilmente il primo a capirlo deve essere stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Che quando lo ha nominato senatore a vita per poi investirlo del ruolo di Presidente del Consiglio di un governo tecnico per l’emergenza, deve averlo scelto proprio per questa sua singolare caratteristica. Nella testa di Napolitano un personaggio minimamente capace di comprendere ed operare sul terreno politico avrebbe potuto più facilmente uscire dai binari indicati dal Quirinale. E questo spiega non solo la scelta del tetragono Monti ma anche la sorpresa ed il disappunto del Capo dello Stato quando l’ex Rettore della Bocconi rinunciò al ruolo di riserva della Repubblica per scendere in campo alla guida di Scelta Civica in occasione delle ultime elezioni, nella convinzione di venire acclamato come Salvatore della Patria.

Ma perché Mario Monti non capirebbe nulla della dialettica democratica ? Semplice, perché trasforma una vicenda politica in fatto personale. E grida al tradimento nei suoi confronti di Mario Mauro e Pierferdinando Casini non riuscendo a comprendere che l’operazione avviata dai suoi ex compagni di viaggio può anche dipendere in parte dalla scoperta dei limiti del leader di Scelta Civica su cui avevano riposto la propria fiducia, ma nasce soprattutto dalla valutazione politica del fallimento del neocentrismo come terza forza destinata a far saltare il bipolarismo Pdl-Pd . Monti, in sostanza, con una arroganza ed una prosopopea decisamente eccessive, personalizza una questione in cui le vicende dei singoli perdono qualsiasi valore rispetto al fenomeno politico generale.

Se il senatore a vita avesse un po’ più di umiltà avrebbe capito da tempo che la sua operazione neocentrista era fallita non perché alle ultime elezioni aveva ancora una volta trionfato il bipolarismo ma perché a far saltare lo schema bipolare non era stato il neocentrismo di Scelta Civica ma la comparsa prepotente del populismo del Movimento Cinque Stelle. Se lo avesse compreso ed accettato Monti avrebbe potuto reagire in due modi. O rilanciando il neocentrismo proponendo di trasformare le larghe intese da operazione contingente ed emergenziale a formula politica di lunga durata destinata a tagliare le ali di destra e sinistra.

Oppure accettando il ritorno al bipolarismo destra-sinistra come unico rimedio al populismo estremista ed anarcoide di Beppe Grillo e cercando di diventare il leader di uno dei due schieramenti destinati a dare forza e stabilità al sistema della democrazia dell’alternanza. Monti non ha fatto né l’uno, né l’altro. Non ha messo la propria faccia sull’idea di trasformare le larghe intese nella base per il ritorno al centrismo degli anni cinquanta.

E nella convinzione che la corona di leader del centro destra e del centro sinistra gli sarebbe stata presto o tardi consegnata spontaneamente dai dirigenti dell’uno e dell’altro schieramento, si è arroccato attorno alla propria presunzione rimanendo in un limbo sterile e da cui è ormai impossibile sfuggire.

In queste condizioni come stupirsi se mezza Scelta Civica pensa di creare un grande centro destra e l’altra mezza di partecipare ad un grande centro sinistra guidato da Matteo Renzi? E come non sospettare che Napolitano si sia pentito di aver fatto un senatore a vita che si crede Napoleone senza aver vinto neppure mezza battaglia?

Larghe intese lacerate tempesta a gennaio

C’è chi parla di scissione, chi la fa e chi si comporta come se ci fosse già stata. A parlarne sono i lealisti e gli alfaniani del Pdl, che tra una dichiarazione di lealtà al leader Berlusconi e una fedeltà perenne al Cavaliere non fanno altro che litigare tra di loro e prepararsi a quella che ormai considerano una scelta già scontata. Ma mentre nel Pdl si discute di una scissione futura, “Scelta Civica” si frantuma in mille pezzi e perde addirittura il suo fondatore Mario Monti, che si ritira nel gruppo misto.

E il Pd , impegnato in una campagna congressuale apparentemente già conclusa ma nei fatti piena di sussulti e manovre più o meno oscure, si comporta come se una divisione tra le diverse componenti sia già avvenuta da tempo. Ciò che si è verificato alla Commissione Antimafia, con lo scontro tra franceschiniani e governativi pronti a votare per la presidenza dell’esponente di Scelta Civica, Dellai, e gli antigovernativi che hanno fatto saltare l’accordo sventolando la candidatura di Rosy Bindi, è la conferma che il Pd non è un partito ma una sorta di confederazione di correnti ognuna decisa a camminare per conto suo. Nulla di male se le varie forme di scissione minacciate e realizzate facessero solo parte dello scenario del teatrino della politica.

Il guaio è che costituiscono il tema dominante delle forze politiche che tengono in vita il governo di larghe intese. Ed è facile rilevare che se questa è la principale preoccupazione della coalizione governativa, non c’è da essere troppo ottimisti sulla tenuta della coalizione stessa. Enrico Letta si consola con la benedizione di Obama, un presidente Usa che evidentemente conosce talmente poco la realtà italiana da compiacersi con il nostro Presidente del Consiglio per riforme che non solo non sono state ancora realizzate, ma che non sono state neppure individuate e concordate. Ma è fin troppo evidente che la consolazione non cambia in alcun modo il quadro di totale frantumazione in cui il governo si trova ad operare. La crisi, in sostanza, continua ad essere dietro l’angolo.

E non solo perché il Pdl potrebbe ritrovare la propria compattezza nella difesa ad oltranza di Silvio Berlusconi in occasione del voto del Senato sulla sua decadenza. Ma perché prima di quella data la spaccatura di Scelta Civica potrebbe ripercuotersi in maniera devastante sulla tenuta del governo. E dopo quella data l’approssimarsi del momento in cui i militanti e i simpatizzanti del Pd sceglieranno il nuovo segretario potrebbe provocare lo stesso effetto su una coalizione di larghe intese che i tre principali candidati alla segreteria, Renzi, Cuperlo e Civati, osteggiano e vogliono cancellare.

In condizioni normali un quadro caratterizzato da tali e tante tensioni avrebbe già attivato procedure destinate a determinare nuovi equilibri politici con un diverso governo o a preparare il ricorso alle elezioni anticipate. Ma la condizione attuale è del tutto anomala. Saltata la “finestra” elettorale di novembre non c’è che girare la boa dell’approvazione della legge di stabilità e della fine dell’anno e aspettare gli eventi. Cioè l’arrivo della tempesta perfetta per il mese di gennaio!

La legge di stabilità di piccola intesa

Nei commenti sulla legge di stabilità ha avuto grande successola metafora della montagna e del topolino. I nemici delle larghe intese ne hanno fatto largo uso per manifestare la loro insoddisfazione per una manovra finanziaria che era stata presentata dal governo come quella che avrebbe lasciato un segno e che è stata realizzata con il proposito di non lasciare segni di qualsiasi genere. Ma il governo delle larghe intese avrebbe potuto partorire qualcosa di diverso da un misero topolino destinato a non cambiare assolutamente nulla? La domanda è retorica e la risposta è scontata.

Il governo non avrebbe potuto comportarsi in maniera diversa. Perché dalla sua nascita ad oggi ha cambiato natura. Non è più delle grandi intese tra Partito Democratico e Pdl, ma è diventato della piccola intesa tra la componente governativa del Pd e quella del partito di Silvio Berlusconi. Queste due componenti possono ancora contare su una maggioranza fondata più sull’istinto di autoconservazione di chi è diventato parlamentare da meno di un anno che su idee e programmi condivisi.

Ma sanno che all’interno dei rispettivi partiti sono entrambe in minoranza rispetto a gruppi che godono di un ampio consenso popolare e che puntano, proprio in base a questo consenso, a chiudere prima possibile l’esperienza delle larghe-piccole intese e a ritornare alla democrazia dell’alternanza sancita dalle elezioni anticipate. Nei grandi media politicamente corretti impazza ormai da settimane la narrazione di un Pdl diviso tra falchi e colombe e di un Berlusconi che, pur mediando tra le due anime del Pdl, punta alle elezioni di marzo per rimanere comunque sulla scena politica.

A questa immagine di divisione e di declino del centrodestra si affianca quella di una cavalcata trionfale di Matteo Renzi verso la segreteria del Pd. Ma chi non si lascia convincere dalle rappresentazioni politicamente corrette sa bene che lo schematismo manicheo tra i cattivi berlusconiani che puntano alle elezioni e i buoni renziani che si apprestano a conquistare e rinnovare il Pd è fasulla. La verità è che i due schieramenti sono maggioritari all’interno dei rispettivi partiti e puntano entrambi a chiudere l’esperienza delle larghe intese sempre piùristrette e ad andare alle elezioni nella prossima primavera.

Le ragioni , ovviamente, sono diverse. Berlusconi pensa che il voto a marzo sia l’ultima spiaggia su cui puntare per rimanere nel gioco politico e non lasciarsi liquidare definitivamente dalla persecuzione mediatico-giudiziaria. Renzi sa bene che la segreteria senza premiership sarebbe una gabbia in cui la vecchia nomenklatura del partito conta di cucinarlo a fuoco lento. Ma l’obiettivo dell’uno e dell’altro è lo stesso: tornare al voto. E quel che più conta non è solo un obiettivo personale, ma coincide con l’umore prevalente dei rispettivi elettorati. In queste condizioni la montagna governativa non poteva che partorire il topolino di una legge di stabilità priva di segni.