Archivio mensile:novembre 2013

Per la sopravvivenza de “L’Opinione”

“L’Opinione delle libertà” rischia la scomparsa. Sul più antico giornale politico italiano, nato a Torino su ispirazione di Cavour nel 1848, grava il pericolo della marginalizzazione e della chiusura. La testata che negli ultimi vent’anni, grazie ad una delle poche cooperative vere esistenti nel panorama dei giornali di nicchia, ha rappresentato una delle pochissime voci, sia pure flebile, dell’area liberale e riformatrice, è ad un passo da un’amara uscita di scena. Le cause sono molteplici. C’è il crollo della pubblicità. La crisi generale del settore.

Ma, più direttamente, oltre la mancata erogazione del contributo pubblico previsto per il 2011 dalla legge per l’editoria che ci ha costretto a rinunciare all’edizione cartacea ed a puntare solo su quella on-line, è l’esistenza di una normativa che aiuta le piccole aziende editoriali rimborsando il cinquanta per cento di alcuni dei loro costi ma pone tali e tanti vincoli da rendere praticamente impossibile, a chi non abbia alle spalle ampi capitali e poteri forti, di raccogliere, con vendite e pubblicità, il restante cinquanta per cento capace di assicurare il pareggio di bilancio. Si dirà che un giornale di idee liberali non dovrebbe vivere di assistenza pubblica. Il ché è vero.

Ma è altrettanto vero che per farlo dovrebbe operare in un mercato di nicchia libero e non stravolto e condizionato da misure dirigiste che scambiano l’austerità dei conti con la progressiva riduzione del pluralismo. Se negli ultimi vent’anni i giornalisti de “L’Opinione delle libertà” si fossero legati ad un qualche carro politico od economico, uscire dalla logica dell’assistenza che uccide non sarebbe difficile. Ma il giornale, pur non cambiando la propria collocazione naturale nell’area delle libertà, ha sempre conservato una posizione autonoma ed indipendente.

Ed oggi, se vuole cercare di sopravvivere e di affrancarsi dal controproducente aiuto pubblico, non ha altra strada che rivolgersi ai propri lettori, a chi pensa che in democrazia il pluralismo delle idee vada tutelato, a chi può anche non condividere le nostre posizioni e battaglie ma crede che è meglio ascoltare più opinioni piuttosto che sentire solo quelle espresse dagli organi dei grandi interessi bancari, finanziari e industriali. Lanciamo, quindi, una sottoscrizione per “Salvare l’Opinione”. Chiediamo un contributo, di 10, 20, 50, 100 euro, a chi è interessato a farci sopravvivere. E proponiamo, a chi è interessato a partecipare all’avventura di continuare a dare vita ad un piccolo giornale autonomo ed indipendente, di entrare a far parte dell’associazione della “Comunità de L’Opinione” che partecipa in qualità di socio sovventore alla cooperativa “Amici de L’Opinione”, versando una quota d’iscrizione di 500 euro.

Il contributo può essere versato personalmente nella nostra sede di piazza dei Prati degli Strozzi 22 o attraverso bollettino postale sul c/c n. 44080323 intestato ad “Amici de l’Opinione soc. coop. giornalistica a r. l.”, oppure attraverso bonifico bancario sul conto corrente BancoPosta Iban: IT62R0760103200000044080323. La nostra speranza, ovviamente, è ottenere il consenso economico necessario alla sopravvivenza. Ma anche la spinta ad impedire che, all’inizio di una drammatica fase politica destinata a durare a lungo all’insegna dell’incertezza e delle tensioni, il pluralismo possa perdere una delle voci storiche dell’area delle libertà.

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Napolitano e la crisi difficilmente evitabile

Giorgio Napolitano avrebbe voluto seguire la linea del “fare finta di nulla”. E di considerare il voto di fiducia sulla legge di stabilità come la chiusura formale della vicenda aperta dalla decisione di Forza Italia di uscire dalla maggioranza considerando chiusa l’esperienza dell’alleanza emergenziale con il Partito Democratico e Scelta Civica. Ma il Presidente della Repubblica ha dovuto suo malgrado rinunciare a questa linea.

E ad accettare la richiesta della delegazione di Forza Italia di prendere atto che la fine dell’alleanza delle larghe intese comporta una verifica parlamentare della coalizione e della formula politica venutesi a creare dopo la rottura del partito di Silvio Berlusconi. Nessuno è riuscito ancora a capire se per procedere a questa verifica il Capo dello Stato considererà opportuno l’apertura formale o meno della crisi di governo. È noto che Napolitano preferisca evitare un passaggio del genere. Perché, da politico navigato come è, sa bene quanto possa essere difficile e rischioso gestire una crisi pilotata.

Per cui è facile prevedere che cercherà di rendere il passaggio parlamentare di Enrico Letta il più rapido ed il meno pericoloso possibile evitando l’apertura di una crisi tradizionale con il consueto contorno delle consultazioni al Quirinale e, soprattutto, delle trattative tra i partiti per la nuova alleanza di governo.

Il problema, però, è che gli eventuali propositi di Napolitano e le scontate speranza di Letta di blindare al massimo il passaggio parlamentare si scontrano sulla richiesta esplicita di ogni partito che dichiara di continuare a sostenere l’attuale governo di voler ricontrattare e definire il nuovo programma della coalizione. Lo ha fatto esplicitamente Angelino Alfano, chiedendo di porre al centro della rinnovata azione governativa la riforma della giustizia ed ammonendo il Presidente del Consiglio a non dimenticare che senza i voti del Nuovo Centrodestra l’Esecutivo non è in grado di sopravvivere.

Lo ha fatto anche lo spezzone di Scelta Civica rimasto fedele a Mario Monti, che ha richiesto non solo un nuovo patto di governo ma anche un rimpasto della compagine ministeriale destinato a rispecchiare gli effetti della scissione della vecchia area montiana. Ma lo vanno facendo con estrema decisione i due principali candidati alla segreteria del Pd, Matteo Renzi e Gianni Cuperlo, che in nome di idee e progetti diversi, chiedono che da adesso in poi sia il Pd, partito diventato guida della coalizione, a fissare la direzione di marcia e gli obbiettivi di fondo del governo.

È possibile che tutte queste richieste, esigenze e sollecitazioni possano sfociare in un nuovo programma di governo attraverso un frettoloso passaggio parlamentare? Ma, soprattutto, è pensabile che questa verifica di governo possa chiudersi prima che il principale partito della coalizione abbia scelto, con il nuovo segretario, la nuova linea politica?

Ai tempi della Prima Repubblica la fine della larghe intese avrebbe provocato una crisi che sarebbe entrata in stallo fino alla elezione del nuovo segretario del partito di maggioranza relativa e si sarebbe conclusa solo al termine delle trattative politiche seguite alla scelta del leader della maggiore forza della coalizione. Ai tempi della Repubblica di Napolitano è probabile che la crisi si apra e si chiuda in un paio di giorni. Salvo, naturalmente, che si riapra dopo l’8 dicembre. Per chiudersi con il riscorso alle elezioni anticipate!

Fare finta di nulla per non fare nulla

La linea del “fare finta di nulla” suggerita da Giorgio Napolitano ad Enrico Letta rischia di trasformarsi nella linea del “non fare nulla”. Il Presidente della Repubblica non vuole una crisi di governo che porterebbe fatalmente alle elezioni anticipate. E pensa che l’unico modo per esorcizzare il pericolo sia di non riconoscere la metamorfosi politica subìta dalla coalizione governativa con il passaggio dalle larghe intese alle piccole intese.

Da parte sua, il Presidente del Consiglio è ben felice di seguire l’indicazione del Capo dello Stato che lo mette al riparo da una possibile caduta. E cerca di rinforzare la forzata indifferenza per l’uscita dalla maggioranza della parte più cospicua del centrodestra, aggiungendo alla linea del “fare finta di nulla” la linea del “meno siamo, meglio stiamo”. Nel tentativo di convincere gli italiani che un governo sorretto da una maggioranza provvista di soli sei voti di vantaggio sull’opposizione (oltre, naturalmente, le ruote di scorta dei senatori a vita) è infinitamente più solida ora che non c’è più Brunetta ad incalzare quotidianamente sui conti pubblici il povero Saccomanni. Ma questo gigantesco castello di carte costruito da Napolitano e Letta per ovviare alle scontate conseguenze della scelta del Partito Democratico di ghigliottinare politicamente l’odiato nemico Silvio Berlusconi rischia di crollare miseramente.

Perché si può anche fare finta di nulla e non riconoscere che l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza ha provocato la fine dell’esperimento consociativo e la nascita di un governo a trazione Pd. Ma la finzione potrà durare solo fino a quando non si dovrà necessariamente prendere atto che il governo che fa finta di nulla è drammaticamente destinato a non poter fare proprio nulla. È decisamente ridicolo sentire chi sostiene che il governo, finalmente libero dalla zavorra berlusconiana, potrà adesso correre speditamente lungo il percorso delle riforme. Non solo quelle che possono essere realizzate da maggioranze semplici ma anche quelle, come le costituzionali, che richiedono maggioranze molto più ampie.

In realtà non ci vuole una grande conoscenza del passato per sapere che un governo retto da un margine di sei voti non ha alcuna possibilità di operare, ma deve solo sperare di tirare a campare evitando accuratamente qualsiasi atto potenzialmente in grado di compromettere il proprio equilibrio precario. Può al massimo dedicarsi al gioco delle tre carte, come ha fatto sulla legge di stabilità, facendo scomparire una tassa da una parte per farla ricomparire sotto una diversa etichetta da un’altra. Ma non può mettere mano a nulla di diverso e di più incisivo se non vuole che la difficile sopravvivenza si trasformi di colpo in coma irreversibile. Preoccupa, allora, sentire Angelino Alfano che intima ad Enrico Letta di mettere la riforma della giustizia in posizione prioritaria nell’agenda di governo.

Al massimo questa maggioranza può impegnarsi a salvare se stessa salvando la Cancellieri (e con il concorso di Forza Italia)! Cosi come preoccupa ascoltare Quagliariello che preannuncia la riforma elettorale e le riforme istituzionali sapendo perfettamente che neppure se durasse per tutta l’attuale legislatura (e anche quella oltre) questa maggioranza sarebbe in grado di riuscire nell’impossibile impresa. La ragione di tanta preoccupazione è presto spiegata. La linea del fare finta di nulla si è già tradotta nella linea del fare nulla. Tranne tante chiacchiere vuote in attesa che il Pd di Renzi dia il colpo di grazia al niente!

Berlusconi e il ciclo politico rivitalizzato

I dirigenti del Partito Democratico brindano alla decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi e ripetono come un mantra ossessivo che il voto contro il Cavaliere ha segnato la fine del ciclo berlusconiano. Ma il rituale di autoconvincimento a cui ricorrono per giustificare a se stessi di aver voluto ad ogni costo intestarsi l’“esecuzione” del nemico storico impedisce loro di comprendere che la fine del ciclo parlamentare di Berlusconi non coincide affatto con la fine del suo ciclo politico.

E che, anzi, proprio la loro scelta di non attendere una decadenza che sarebbe comunque stata decisa dalla magistratura ma di bruciare le tappe della pubblica liquidazione dell’avversario interrompe il ciclo parlamentare ma allunga a dismisura il ciclo politico di Silvio Berlusconi. Matteo Renzi, che non a caso si pone come alternativa alla vecchia nomenklatura del Pd, sembra essere l’unico ad averlo capito. Per lisciare il pelo alla base della sinistra carica del livore giustizialista che le è stato inoculato per alcuni decenni, non si è dissociato dalla linea della intransigenza assoluta sulla cacciata dal Senato del Cavaliere.

Ma oggi è il solo ad ammonire la sinistra a non immaginare che con Berlusconi fuori da Palazzo Madama la prossima campagna elettorale sarà una marcia trionfale verso una vittoria scontata. Perché estirpando il leader di Forza Italia dal terreno parlamentare i dirigenti del Pd lo hanno catapultato su quel terreno elettorale che il Cavaliere predilige e su cui da vent’anni a questa parte riesce sempre a dare il meglio di sé, con risultati sempre al di sopra di ogni previsione. È probabile che a sinistra si coltivi la convinzione di poter contare su qualche aiuto ulteriore da parte di qualche procura o pubblico ministero in cerca di notorietà e trampolino per il salto in politica.

Ma chi nutre questa convinzione e spera che alla decadenza ed ai servizi sociali possa seguire quell’arresto che lo stesso Berlusconi dice di temere, non capisce che un avvenimento del genere, definito irreale dall’avvocato Coppi, provocherebbe una spaccatura insanabile nel Paese e fornirebbe una spinta irrefrenabile alla prosecuzione del ciclo politico berlusconiano inteso come ciclo di un blocco sociale che si riconosce in un leader.

La decadenza forzosa, in sostanza, come dimostrano i sondaggi di questi giorni, libera Berlusconi e Forza Italia dalla camicia di forza delle larghe intese e li mette nella migliore condizione di partire in una campagna elettorale che potrà anche durare fino al 2015 (sempre che nel frattempo la decisione di liquidare il governo precario delle piccole intese non venga presa da Matteo Renzi) ma che ha come prospettiva non la semplice sopravvivenza ma, addirittura, la riconquista della maggioranza ed il ritorno al governo del Paese. Ciò che cambia con la decadenza che espelle Berlusconi dal Senato e lo manda all’opposizione nel Paese è proprio la prospettiva verso cui si può muovere il centrodestra.

Fino a ieri sembrava destinato ad assumere un ruolo marginale in un quadro politico segnato dal preannunciato trionfo di Renzi e della sinistra. Da adesso in poi, con un maggioranza di governo destinata ad essere logorata dall’incapacità di risollevare il Paese dalla depressione, può tornare legittimamente e ragionevolmente a puntare a tornare ad essere l’alternativa liberale alla sinistra recuperando anche quella parte di elettorato finita a suo tempo con Grillo e delusa dal fallimento di quella esperienza. Tutto questo anche con un Berlusconi incandidabile ed ineleggibile? Certamente sì. Perché non è la poltrona parlamentare che fa un leader, ma è la sua capacità di interpretare e rappresentare i sentimenti e gli interessi della parte di società che lo considera la propria bandiera.

Il sangue del vinto ma non arreso

I dirigenti del Partito Democratico, renziani o cuperliani che siano, non si pongono neppure il problema delle conseguenze della decadenza di Silvio Berlusconi. Sono troppo inebriati dalla possibilità di salutare l’8 dicembre agitando la testa dell’odiato avversario storico sulla picca della loro intransigenza.

E non si rendono minimamente conto che non aver lasciato alla magistratura ordinaria il compito di cacciare il Cavaliere dal Parlamento e di aver compiuto ogni sforzo per assumerne la titolarità strappandola addirittura al Movimento Cinque Stelle, costituisce un atto che si ritorcerà gravemente sul loro partito e sull’intero Paese. In passato, l’aver sparso il sangue dei vinti rivendicandolo come atto di suprema giustizia rivoluzionaria ha alimentato per generazioni nella stragrande maggioranza dell’opinione pubblica nazionale un fortissimo pregiudizio nei confronti dell’affidabilità di governo della sinistra italiana.

Non è senza significato se il primo ed unico esponente della sinistra di discendenza comunista (Massimo D’Alema) è entrato a Palazzo Chigi non in seguito al risultato elettorale ma grazie ad un complotto di Palazzo ordito da un democristiano (Francesco Cossiga) in nome e per conto della Nato. E non dipende dal destino cinico e baro se a Palazzo Chigi oggi sieda un post-democristiano come Enrico Letta e non un post-comunista come Pierluigi Bersani e che il quasi sicuro segretario del Pd sia un altro post-democristiano come Matteo Renzi e non un post-comunista come Gianni Cuperlo.

La maledizione del sangue dei vinti non si è ancora estinta. Ed è facile prevedere che invece di venire dimenticata dal passare degli anni possa essere alimentata dal sangue metaforico di un vinto che però non si arrende e farà di tutto per rivendicare la sua innocenza e prendersi la sua rivincita. Può essere che i dirigenti del Pd se ne infischino di una conseguenza del genere e che siano soddisfatti, come già in passato, del consenso euforico del nocciolo duro dei propri militanti. Ma un partito che, come ha ricordato D’Alema, esprime il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente del Senato ed a mezzadria con Sinistra Ecologia Libertà anche quello della Camera, non può ignorare le conseguenze internazionali dell’espulsione dal Parlamento dell’unico leader di opposizione presente nelle assemblee rappresentative.

Forse la Merkel ne sarà rassicurata, come ha cercato di sostenere Enrico Letta e forse i banchieri inglesi e tedeschi brinderanno all’eliminazione del pericoloso nemico. Ma sotto i festeggiamenti di chi ha interessi e pregiudizi antitaliani incomincerà fatalmente a circolare il sospetto che il nostro Paese si sia incamminato sulla scia di quelle repubbliche post-sovietiche dove i leader dei partiti all’opposizione si sbattono in galera accusati di reati comuni. Non si tratta di un sospetto da poco.

Perché non è da poco caricare un Paese, che già viene visto con gli occhiali degli antichi pregiudizi, del peso dell’etichetta di una democrazia debole dove chi sta al potere cerca di eliminare il principale avversario sbattendolo ai servi sociali grazie ad una magistratura politicizzata. Giorgio Napolitano, che tanto si preoccupa della credibilità internazionale dell’Italia, farebbe bene a porsi il problema. Dalla prossima settimana il nostro Paese sarà più simile all’Ucraina che alle democrazie europee!

Il complotto per far fuori il Cav

È singolare che nel Paese del pan-giustizialismo, dove tutto viene ricondotto al giudizio della magistratura, nessuno abbia avuto l’idea di sollecitare qualche Procura ad aprire un’inchiesta sulla notizia di reato resa pubblica dal presidente dell’Ifo, Hans-Werner Sinn. Il professore tedesco, alfiere del nazionalismo economico del suo Paese, ha dichiarato che nel 2011 l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe avviato trattative per sganciare l’Italia dall’euro. Ed ha lasciato chiaramente intendere che la risposta alla mossa del Cavaliere sarebbe stata l’offensiva estiva sullo spread e sui titoli azionari di Mediaset che avrebbe portato a costringere Berlusconi a lasciare Palazzo Chigi ed a passare la mano a Mario Monti.

Se una Procura come quella napoletana porta avanti un’inchiesta sulla compravendita di parlamentari che avrebbe provocato la caduta del Governo Prodi, la rivelazione di Sinn dovrebbe spingere qualche altra Procura ad aprire un’analoga inchiesta sulla compravendita da parte dei poteri fortissimi dell’Europa dei politici italiani che crearono le condizioni per la sostituzione del governo Berlusconi con un governo totalmente appiattito sugli interessi dei banchieri e dei politici tedeschi. Naturalmente non ci sarà mai un pubblico ministero così temerario da aprire una inchiesta del genere in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Ma il fatto che la discrezionalità politicamente corretta spinga magistrati e tutta la grande stampa italiana ad ignorare le affermazioni di Sinn, non cancella una vicenda che se non avesse riguardato Berlusconi sarebbe diventata una conferma clamorosa dello stato di totale sudditanza agli interessi altrui in cui versa il nostro Paese. Le parole del professore tedesco impongono di riaprire una pagina di storia troppo rapidamente archiviata all’insegna della presunta inadeguatezza internazionale del Cavaliere.

Forniscono indicazioni suggestive ed inquietanti sulle ragioni della guerra di Libia scatenata da Francia e Gran Bretagna, sulle risatine di Sarkozy e della Merkel all’indirizzo del “buffone“ italiano, sugli artefici della scissione di Gianfranco Fini prima e di Angelino Alfano adesso, sugli assalti dei mercati e delle borse all’economia del nostro Paese ed alle finanze del Cavaliere nell’estate del 2011, sull’operazione che ha portato Mario Monti alla guida di un governo tecnico impegnato solo a fare i “compiti” assegnatigli dalle cancellerie dell’Europa del Nord. E gettano, infine, una luce decisamente sinistra sulle assicurazioni date dal Presidente del Consiglio Enrico Letta agli imprenditori, banchieri e politici tedeschi sul definitivo superamento del “pericolo Berlusconi”.

Questo significa che il tramonto del Cavaliere è la conseguenza di un complotto internazionale realizzato con il sostegno e la compiacenza di tanti italiani pronti a servire gli interessi stranieri? Le teorie complottistiche vanno prese sempre con le pinze. Ma per molto meno sono state aperte inchieste dalla magistratura ed istituite apposite commissioni parlamentari. Nessuno pretende questo. Ma chiedere a Sinn di chiarire il senso delle sue parole sarebbe quantomeno opportuno. In fondo non è indifferente sapere chi difende gli interessi del nostro Paese e chi si vende agli interessi degli altri!

Alfano, Mauro e Casini: la “minaccia” di Renzi

Matteo Renzi ha annunciato che dal 9 dicembre, cioè dall’indomani del suo ormai quasi certo insediamento alla guida del Partito Democratico, l’agenda del Governo cambierà radicalmente. Perché con la scissione del Popolo della Libertà le larghe intese sono finite, il Pd rappresenta il settanta per cento della maggioranza ed un Esecutivo che non è più costretto a dipendere da Silvio Berlusconi e che è segnato da una forte prevalenza della sinistra non può più galleggiare e sopravvivere ma deve cambiare completamente il passo.

Il ragionamento non fa una piega. Perché la scissione del Pdl con la nascita di Forza Italia spinta verso l’opposizione e quella del Nuovo Centro Destra attestato a difesa del governo Letta, ha di fatto spostato radicalmente a sinistra il baricentro della nuova maggioranza. E perché se il prossimo segretario del Pd Matteo Renzi vorrà superare indenne le insidie che gli verranno da quella metà del proprio partito che non lo ha votato nei circoli e che lo considera un pericolo, dovrà imporre al governo Letta di realizzare concretamente un’azione politica non più fondata sul compromesso con le forze moderate ma fortemente caratterizzata in chiave di sinistra. L’annuncio non può far piacere ad Enrico Letta, che dal 9 dicembre si troverà costretto a subire i diktat del “padrone” della forza egemone della propria maggioranza.

E lo dovrà fare cercando di conciliare il ruolo di subordinato al nuovo segretario del Pd con quello di naturale competitore di Renzi alla guida dei governi della futura legislatura. Ma mette in grave difficoltà non solo gli scissionisti del Pdl rimasti a fare le “sentinelle antitasse” nel Governo ormai segnato dal predominio dei tassatori ma anche quella parte di Scelta Civica che ha rotto con Mario Monti per non diventare un cespuglio della sinistra e per creare con Casini ed Alfano l’area centrista del popolari italiani. Possono queste forze appena nate e che hanno l’esigenza di darsi al più presto un’identità che non può essere quella degli “utili idioti” del Pd, accettare passivamente la svolta nell’azione del Governo preannunciata da Matteo Renzi?

La loro idea è quella di sostenere il Governo fino al 2015 per avere il tempo necessario a dare vita ed a consolidare un’area dei popolari che potrebbe svolgere un ruolo fortemente attrattivo nei confronti dell’elettorato di centrodestra, reso nel frattempo orfano di un Silvio Berlusconi espulso dal Parlamento e relegato ai servizi sociali. Ma se anche Renzi accettasse di restare un anno a bagnomaria prima di tentare l’assalto alla premiership, come potrebbero mai gli Alfano, i Mauro, i Casini cercare di assorbire i voti berlusconiani continuando a sostenere un governo che vira radicalmente a sinistra infischiandosene delle loro esigenze?

La domanda non riguarda solo i diretti interessati, ma l’intero schieramento di un centrodestra che alla vigilia della campagna elettorale per le Europee (e forse anche per le Politiche) non può subire passivamente la trasformazione del Governo delle larghe intese in un Esecutivo di sinistra manovrato da un futuro segretario del Pd che voleva diventare Blair che ma che rischia di imitare e fare la fine di Veltroni.

Il caso Cancellieri e la guerra di Renzi

La decadenza di Silvio Berlusconi ancora non è stata votata, ma il governo ha già corso il primo pericolo di andare in crisi. Non per colpa dei falchi berlusconiani ora diventati Forza Italia, che ancora non sono usciti dalla maggioranza, ma per mano delle tensioni precongressuali del Partito Democratico esplose in occasione del caso Cancellieri. Enrico Letta ha accettato la sfida di Matteo Renzi, ha messo la propria faccia in difesa del ministro della Giustizia ed è riuscito ad imporre all’intero Pd di non affondare la Cancellieri per non affondare l’intero governo.

Ma la resa dei conti tra il Presidente del Consiglio ed il suo più forte e deciso sostenitore Giorgio Napolitano ed il partito da cui entrambi provengono è solo di rinviata. E non di molto. Intanto perché nel difendere la Cancellieri il capo del governo ed il sovrano del Paese hanno scelto una linea suicida. Subordinare il sostegno al ministro della Giustizia all’assenza di una qualsiasi iniziativa da parte della magistratura significa esporsi al vento di un qualsiasi pubblico ministero alla ricerca di un po’ di visibilità. Basta la pubblicazione di un’ennesima intercettazione ambigua e la conseguente apertura di un’inchiesta per rendere la Cancellieri non più difendibile e riaprire la partita della stabilità del governo.

Ma il caso della ministra amica dei Ligresti è solo una pagliuzza rispetto alla trave del problema posto da un congresso del Pd ormai indirizzato verso l’elezione a segretario di un Matteo Renzi deciso ad essere l’alternativa al vecchio sistema di potere rappresentato proprio da Letta e da Napolitano. Il duello che il Presidente del Consiglio ha ingaggiato con il sindaco di Firenze sul caso Cancellieri, dunque, è solo l’avvisaglia di una guerra che è ancora tutta da consumare. Una guerra in cui la posta in palio non è solo la tenuta delle larghe intese, che Renzi vuole cancellare all’insegna del ripristino del bipolarismo.

E neppure del ruolo di Premier che lo stesso Renzi vuole togliere ad Enrico Letta per portare avanti il suo disegno di rinnovamento della sinistra italiana. Ma è soprattutto il ruolo di supremo tutore degli attuali e precedenti equilibri politici che Giorgio Napolitano interpreta da quando è sceso in campo in prima persona sulla scena della politica nazionale, imponendo prima la soluzione Monti e poi la soluzione Letta per riesumare al posto del bipolarismo i vecchi equilibri della Prima Repubblica. In questa luce il caso Cancellieri non è l’epilogo della sfida all’Ok Corral tra Letta e Renzi.

È solo la dichiarazione di guerra del prossimo segretario del Pd al Presidente della Repubblica ed al Presidente pro-tempore del Consiglio e l’avvio di un conflitto che per Renzi dovrà necessariamente assumere l’aspetto di una guerra-lampo. Il sindaco di Firenze sa bene che non potrà permettersi di fare il segretario del Pd per un anno di seguito prima di puntare alle elezioni anticipate ed alla premiership. Dovrà bruciare le tappe dell’offensiva contro il governo e contro le resistenze del Quirinale. Per non essere cucinato nel giro di qualche mese dalla vecchia guardia del Pd unita per l’occasione con la vecchia politica del supremo Colle!

Alfano ruota di scorta del governo Pd

Se per il Conte Ugolino “più del dolor poté il digiuno”, per Angelino Alfano ed i suoi sostenitori più dell’amore e della riconoscenza per il Cavaliere “poté” l’esigenza di poter decidere sulle prossime liste elettorali senza dover spartire con le altre componenti i posti degli eletti sicuri. Il ragionamento vale sicuramente anche per i lealisti ormai diventati i rifondatori di Forza Italia.

È fin troppo evidente che le la spinta degli alfaniani alla scissione è stata l’esigenza di garantire i fedelissimi, la scelta di Fitto e sostenitori di attestarsi sulla linea della massima intransigenza favorendo la manovra scissionista ha avuto la stessa motivazione. Anche i lealisti si sono posti il problema delle liste. Ed hanno preferito la separazione all’unità per avere mano libera anche loro nella scelta dei futuri parlamentari. Gli aderenti a Forza Italia ed al Nuovo Centrodestra hanno dunque un tratto in comune. Sia gli uni che gli altri dànno per scontato che le liste bloccate, Porcellum o non Porcellum, rimarranno tali. O se dovessero cambiare con il ritorno al Mattarellum, la questione delle candidature sicure sarà comunque decisa dai vertici dei partiti e non dagli elettori.

Di elementi in comune, poi, i due tronconi del vecchio Popolo della Libertà, ne hanno anche molti altri. In fondo sono vent’anni che marciano insieme e sarebbe impossibile separare con un tratto di penna valori, storie, esperienze così intrecciate. La spaccatura vera, profonda, non rimarginabile, riguarda, a ben guardare, una sola questione. Non è l’appoggio ad un governo che, come il caso Cencellieri insegna, perde pezzi ed è destinato ad essere spazzato via dalle conseguenze delle prossime primarie del Partito Democratico. La questione riguarda il rapporto con Silvio Berlusconi.

Che per i lealisti di Forza Italia deve comunque rimanere il massimo riferimento politico del partito e dell’intero centrodestra. Ma a cui i fondatori del Nuovo Centrodestra, nella convinzione che la sua parabola sia ormai conclusa, hanno invece deciso di togliere la principale prerogativa politica esercitata nei venti anni passati, cioè il ruolo storico di leader del fronte dei moderati ed il ruolo mantenuto negli ultimi due anni con il governo Monti ed il governo Letta di fattore determinante per la stabilità governativa nazionale. Non è un caso che i dirigenti del Pd manifestino grande soddisfazione per la mossa di Alfano che ha tolto a Berlusconi il ruolo di “padrone” della sorte del governo ed ha trasformato l’Esecutivo delle larghe intese in un Esecutivo a guida Pd appoggiato da forze minori.

Ma è proprio questa soddisfazione dei dirigenti della sinistra che pone Alfano e gli alfaniani nella difficile condizione di spiegare ai propri elettori come si possa essere alternativi alla sinistra togliendo al centrodestra, fino ad ora rappresentato da Berlusconi, la golden share del governo, consegnando il Cavaliere ai propri carnefici prima ancora del voto del Senato ed accettando di passare da ruota motrice a ruota di scorta di un Esecutivo dove il Pd la fa da padrone. Alfano, per non fare la fine di Fini, furbescamente continua a comportarsi da diversamente berlusconiano. Ma agli occhi degli elettori sembra essere un perfetto Bruto. Anche lui si proclamava “diversamente cesarista”!

Le responsabilità di Napolitano

Giorgio Napolitano è diventato come Giuseppe Garibaldi alla fine dell’Ottocento. Di lui non si può parlare male. E chi lo fa diventa un reprobo da trattare a colpi di sdegno, condanna ed esecrazione politicamente corretti. Il ruolo di empio eversore della santità del Capo dello Stato è normalmente ricoperto da Beppe Grillo, che di questa etichetta ne ha fatto una caratteristica per marcare la sua natura di leader anti-sistema. Ma qualche volta tocca anche a Sandro Bondi, che dal versante opposto di tanto in tanto lancia stilettate all’inquilino del Quirinale accusandolo di non aver “tutelato” Silvio Berlusconi.

Giovedì scorso Giorgio Napolitano, nel saluto a Papa Bergoglio, ha espresso preoccupazione per la situazione politica italiana definendola segnata da “esasperazioni di parte in un clima avvelenato e destabilizzante”. E subito il falco Bondi ha bruciato sul tempo Grillo accusando il Presidente della Repubblica di non aver mosso un dito per evitare e rimuovere queste esasperazioni ed incassando la consueta raffica di proteste all’insegna dello sdegno, della condanna e dell’esecrazione. Bondi ha fatto la pipì fuori dal vaso? In realtà ha messo il dito su una piaga reale. Che è quella della scelta del Presidente della Repubblica di attenersi rigidamente alle proprie prerogative e competenze presidenziali per non interferire in alcun modo nella vicenda giudiziaria e politica di Silvio Berlusconi. Formalmente la scelta di Napolitano non fa una piega.

Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. E poiché la legge ha condannato il cittadino Berlusconi, il Capo dello Stato non può fare altro che attenersi alle regole che gli impongono un comportamento neutro. Ma Berlusconi è un cittadino normale che un buon terzo di italiani da oltre vent’anni ha scelto come proprio rappresentante principale e che, soprattutto, agli occhi di questa larga fetta di società nazionale è considerato vittima di un’ingiusta ed interminabile persecuzione giudiziaria.

E può un Presidente della Repubblica che negli ultimi due anni ha scavalcato ogni forma di ingabbiamento formalistico per incidere pesantemente sull’andamento della vita pubblica del Paese trattare in forma neutra una vicenda che oltre ad incidere sulla credibilità della democrazia italiana costituisce oggettivamente una delle cause principali di quelle tensioni ed esasperazioni di parte che rendono il clima italiano “avvelenato e destabilizzante”? Bondi, allora, non ha tutti i torti nel rilevare che Napolitano predica bene ma nel caso Berlusconi razzola male.

E non perché dal Capo dello Stato ci si sarebbe aspettato un qualche intervento improprio sulla magistratura o la decisione di dare la grazia al leader del Pdl-Forza Italia infischiandosene delle regole che impediscono al momento un atto del genere. Ma perché da Napolitano ci sarebbe aspettato un po’ di quella moral suasion che dispensa giornalmente a piene mani su ogni vicenda politica nazionale per convincere i suoi vecchi compagni di partito ora alla guida del Pd di evitare ogni forzatura politica nei confronti dell’alleato delle larghe intese e di lasciare fare il “lavoro sporco” alla magistratura.

Questa moral suasion non c’è stata. Napolitano non ha battuto ciglio di fronte alla volontà del Pd di infilare sulla picca del voto palese la testa di Berlusconi per esporla di fronte al suo popolo festante. Perché non poteva o perché sperava che l’eliminazione politica di Berlusconi avrebbe, a differenza di quella giudiziaria, provocato la scissione del Pdl ed il rafforzamento del quadro politico da lui costruito negli ultimi due anni? L’interrogativo è aperto. Ed è proprio un interrogativo del genere che permette a Sandro Bondi di imitare il poeta e di dire che il “mondo ancor l’offende”?