Alfano ruota di scorta del governo Pd

Se per il Conte Ugolino “più del dolor poté il digiuno”, per Angelino Alfano ed i suoi sostenitori più dell’amore e della riconoscenza per il Cavaliere “poté” l’esigenza di poter decidere sulle prossime liste elettorali senza dover spartire con le altre componenti i posti degli eletti sicuri. Il ragionamento vale sicuramente anche per i lealisti ormai diventati i rifondatori di Forza Italia.

È fin troppo evidente che le la spinta degli alfaniani alla scissione è stata l’esigenza di garantire i fedelissimi, la scelta di Fitto e sostenitori di attestarsi sulla linea della massima intransigenza favorendo la manovra scissionista ha avuto la stessa motivazione. Anche i lealisti si sono posti il problema delle liste. Ed hanno preferito la separazione all’unità per avere mano libera anche loro nella scelta dei futuri parlamentari. Gli aderenti a Forza Italia ed al Nuovo Centrodestra hanno dunque un tratto in comune. Sia gli uni che gli altri dànno per scontato che le liste bloccate, Porcellum o non Porcellum, rimarranno tali. O se dovessero cambiare con il ritorno al Mattarellum, la questione delle candidature sicure sarà comunque decisa dai vertici dei partiti e non dagli elettori.

Di elementi in comune, poi, i due tronconi del vecchio Popolo della Libertà, ne hanno anche molti altri. In fondo sono vent’anni che marciano insieme e sarebbe impossibile separare con un tratto di penna valori, storie, esperienze così intrecciate. La spaccatura vera, profonda, non rimarginabile, riguarda, a ben guardare, una sola questione. Non è l’appoggio ad un governo che, come il caso Cencellieri insegna, perde pezzi ed è destinato ad essere spazzato via dalle conseguenze delle prossime primarie del Partito Democratico. La questione riguarda il rapporto con Silvio Berlusconi.

Che per i lealisti di Forza Italia deve comunque rimanere il massimo riferimento politico del partito e dell’intero centrodestra. Ma a cui i fondatori del Nuovo Centrodestra, nella convinzione che la sua parabola sia ormai conclusa, hanno invece deciso di togliere la principale prerogativa politica esercitata nei venti anni passati, cioè il ruolo storico di leader del fronte dei moderati ed il ruolo mantenuto negli ultimi due anni con il governo Monti ed il governo Letta di fattore determinante per la stabilità governativa nazionale. Non è un caso che i dirigenti del Pd manifestino grande soddisfazione per la mossa di Alfano che ha tolto a Berlusconi il ruolo di “padrone” della sorte del governo ed ha trasformato l’Esecutivo delle larghe intese in un Esecutivo a guida Pd appoggiato da forze minori.

Ma è proprio questa soddisfazione dei dirigenti della sinistra che pone Alfano e gli alfaniani nella difficile condizione di spiegare ai propri elettori come si possa essere alternativi alla sinistra togliendo al centrodestra, fino ad ora rappresentato da Berlusconi, la golden share del governo, consegnando il Cavaliere ai propri carnefici prima ancora del voto del Senato ed accettando di passare da ruota motrice a ruota di scorta di un Esecutivo dove il Pd la fa da padrone. Alfano, per non fare la fine di Fini, furbescamente continua a comportarsi da diversamente berlusconiano. Ma agli occhi degli elettori sembra essere un perfetto Bruto. Anche lui si proclamava “diversamente cesarista”!

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