Archivio mensile:novembre 2013

Lealisti ed alfaniani, il nodo delle liste

La spaccatura politica è ormai incolmabile. Da una parte chi considera il voto sulla decadenzadi Berlusconi un “omicidio politico” a cui reagire decretando la fine della collaborazione con l’“assassino” Pd. Dall’altra chi crede che la ragion di stato e l’interesse del Popolo della Libertà e dello stesso Cavaliere impongano di subire questo “omicidio” continuano a collaborare con gli “assassini”. A questa spaccatura, che però nasconde anche il timore dei lealisti che gli alfaniani stiano preparando un’operazione centrista e la speranza di parecchi alfaniani che questa operazione possa realizzarsi concretamente, si aggiunge la rottura completa dei rapporti personali. Altro che guelfi e ghibellini.

Nel Pdl-Forza Italia il conflitto interno è sceso ormai al livello di faida di paese e non sembra destinato ad essere modificato in alcun modo. Ma se questo è il quadro, perché mai la scissione non si è ancora consumata e le trattative per una soluzione unitaria continuano ad essere portate avanti senza un attimo di respiro? La risposta è semplice. Perché, con la sola eccezione di qualche svaporato isolato, tutti si rendono conto che in politica non vale la regola del “due che è meglio di uno”. Vale l’esatto contrario.

Soprattutto quando si tratta di un partito che nei vent’anni del sistema bipolare ha svolto la funzione di principale alternativa alle forze di sinistra. I lealisti sanno che senza i governativi subirebbero comunque la perdita di una parte del tradizione elettorato del centrodestra. E sarebbero condannati non solo all’opposizione permanente ma anche a competere con le altre forze della diaspora del centrodestra per il mantenimento dell’egemonia nella propria area.

A loro volta i governativi, pur negandolo, sono consapevoli del rischio di finire come Fini e il suo Futuro e Libertà. Cioè di fare una scissione di palazzo non seguita dalla stragrande maggioranza dell’elettorato moderato e di essere risucchiati all’interno di un gorgo centrista al fondo del quale non c’è il ritorno alla grande Democrazia Cristiana ma solo la sorte toccata a Mario Monti. Berlusconi, che poi sarebbe il più danneggiato da un’eventuale scissione visto che oltre a subire l’“omicidio” politico e giudiziario si ritroverebbe talmente indebolito da rischiare di fare la stessa fine della Tymoshenko in Ucraina, è perfettamente cosciente che la scissione sarebbe una iattura per tutti.

Ed è certo che fino all’ultimo compirà il massimo sforzo per tenere insieme gli inconciliabili. Sulla sua strada è però ostacolato dalla conseguenza perniciosa che il combinato disposto del Porcellum e della natura leaderistica del partito ha prodotto all’interno del Pdl-Forza Italia. Si tratta della convinzione, presente sia tra i lealisti che tra gli alfaniani, che prima dell’esigenza dell’unità venga la sopravvivenza personale. Ma da cosa dipende questa sopravvivenza se non dalla questione delle liste, cioè da chi abbia il potere di decidere sulle liste dei nominati nel prossimo Parlamento?

Di qui la convinzione di molti del “due meglio di uno”. Cioè di una scissione in cui ognuno dei contendenti ha la possibilità di scegliere i propri piuttosto che di una unità in cui i nominati sono scelti solo da Berlusconi e dai suoi più stretti collaboratori (alle ultime elezioni Alfano e Verdini) senza garanzie per nessuno.

È per questa ragione che non c’è da essere molto ottimisti sul tentativo del Cavaliere di evitare la spaccatura. I nominati vogliono la garanzia di essere di nuovo nominati. Senza pensare, però, che più emerge questa loro pretesa di sopravvivenza, più quelli che li dovrebbero poi votare a scatola chiusa si indirizzano altrove!

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Il compromesso dell’appoggio esterno

L’unico compromesso possibile tra lealisti e alfaniani del Popolo della Libertà è di reagire all’“omicidio politico” rappresentato dal voto del Partito Democratico per la decadenza di Silvio Berlusconi uscendo dalla maggioranza e dal governo e decidendo l’appoggio esterno al governo di Enrico Letta. La formula dell’“appoggio esterno”, si sa, è stantia e ricorda i giochi di Palazzo della Prima Repubblica.

Ma non è forse vero che la Seconda Repubblica è ormai al suo epilogo e in questa fase delle larghe intese tenacemente volute e imposte dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sembra aver riportato indietro l’orologio della politica di almeno trent’anni? L’appoggio esterno, dunque, anche se odora di naftalina, può rappresentare un buon compromesso temporaneo tra le due fazioni in lotta nel Pdl-Forza Italia.

Perché da un lato soddisfa la richiesta dei lealisti e dello stesso Berlusconi di non restare con le mani in mano di fronte all’espulsione dal Parlamento del leader del centrodestra. E dall’altro va incontro all’esigenza posta dagli alfaniani di non staccare la spina al governo e non aprire le porte alla possibile formazione di un governo di sinistra destinato a provocare al centrodestra più guasti di quanto riesce a provocare quello attuale.

L’appoggio esterno, inoltre, consente al Pdl tornato ad essere nel frattempo Forza Italia di avere più mani libere nei confronti dell’Esecutivo. Cioè di potersi muovere con maggiore libertà rispetto alla difesa ad oltranza dell’Esecutivo in vista della prossima campagna elettorale per le europee e, soprattutto, della ormai quasi certa elezione di Matteo Renzi alla segreteria del Pd. Certo, l’appoggio esterno presuppone la rinuncia della delegazione al governo.

I ministri ed i sottosegretari, tutti di strettissima osservanza alfaniana, dovrebbero rinunciare alle loro poltrone e tornare all’attività politica di partito. Ma quale migliore occasione per replicare con i fatti concreti all’accusa dei loro nemici interni di subordinare la lealtà a Berlusconi alla lealtà ad Enrico Letta solo per non perdere posizioni di potere che chissà quando mai potrebbero ricapitare nel futuro? L’operazione, ovviamente, non è facile.

Ma c’è una considerazione che dovrebbe spingere gli alfaniani governativi a compiere un sacrificio del genere. Dall’approvazione della legge di stabilità in poi si aprirà di fatto una lunghissima campagna elettorale. Non necessariamente quella delle elezioni anticipate. Sicuramente quella delle elezioni europee di fine primavera.

Elezioni che si giocheranno non solo e non tanto sulla contrapposizione tra europeisti ed antieuropeisti ma anche, e soprattutto, tra europeisti rigoristi e filo-germanici e diversamente europeisti decisi a portare avanti un’idea di unità europea diversa da quella dei burocrati di Bruxelles, dei banchieri di Francoforte e della Cancelliera da quarto Reich, Angela Merkel.

Alla fine di una campagna elettorale di questo genere quanti elettori potranno mai trovare nel centrodestra i governativi alfaniani decisi a non accettare compromessi di sorta e ad immolarsi fino all’ultimo in difesa di Enrico Letta e della poltrona?

Pd-Pdl, il paradosso dei ruoli scambiati

 

Il paradosso è mentre quello che veniva indicato come il partito di plastica è impegnato in un dibattito interno tra componenti portatrici di differenti posizioni politiche, quello che da sempre viene considerato come l’ultimo dei partiti veri è segnato da una competizione tra candidati alla segreteria che puntano a differenziarsi non per le strategie politiche ma per l’aspetto e le caratterizzazioni personali. Insomma, il partito fasullo si comporta da partito vero mentre quello vero offre un esempio mirabile di come si debba comportare un partito fasullo.

La tragedia è che questo paradosso riguarda i due partiti maggiori del Paese, quelli che sono alleati nel sostegno al governo d’emergenza delle larghe intese e che rappresentano, sia pure da posizioni diverse, i pilastri principali dell’attuale sistema in contrapposizione alla forza antisistema rappresentata dal Movimento Cinque Stelle. La tragedia non è la prospettiva di spappolamento che incombe sul Pdl-Forza Italia e quella di rappresentare un vuoto a perdere che grava sul Partito Democratico. La tragedia è che i fenomeni in atto nei due partiti rendono impossibile prevedere un qualche sviluppo positivo della situazione politica italiana e favoriscono nell’opinione pubblica la fine di ogni speranza di uscire in qualche modo dalla crisi in cui è caduta ormai da troppo tempo la società nazionale.

Le vicende interne del Pdl-Forza Italia saranno pure segnate da reali diversità di valutazioni politiche. Ma per un elettorato abituato a rimettersi alle intuizioni ed alle valutazioni di un leader privo di antagonisti servono solo ad alimentare l’inquietante convinzione che il centrodestra, diviso in maniera insuperabile tra gente in cerca solo di trovare una sopravvivenza personale al tramonto del leader, è votato ad una diaspora devastante e non sarà più in grado di governare il Paese e farlo uscire dalla crisi. A loro volta le vicende interne del Pd saranno pure un segno dell’adeguamento al modello politico americano del partito che ha alle spalle l’esperienza della Dc e del Pci.

Ma non possono non far riflettere una larga parte dell’opinione pubblica di quale potrebbe essere la sorte del Paese se mai dovesse essere affidato ad un leader che, come i candidati alla segreteria, è portatore del nulla e del sottovuoto spinto. Rilevare come questo doppio fenomeno serva solo ad alimentare la protesta qualunquistica delle forze antisistema e ad allargare la sfiducia dei cittadini per la ripresa, quella fiducia che è indispensabile per invertire la marcia della crisi, non serve di certo a ricondurre il buon senso all’interno del Pdl-Forza Italia ed a riempire di contenuti la ridicola conta di tessere gonfiate che nel Pd si chiama pomposamente primarie.

Ma è un obbligo morale che va comunque assolto. Perché presto o tardi il paradosso dovrà avere termine. Non sarà indifferente sapere chi ha denunciato il degrado e chi lo ha cavalcato nella ricerca ossessiva della più comoda e redditizia collocazione personale.

Finanziamenti al Pd, il grande silenzio

Ma chi paga? Chi compera tessere per alzare, in certi casi addirittura più del trecento per cento, il numero degli iscritti al Partito Democratico? Chi finanzia questa campagna delle primarie del Pd che sembra ripetere in tutto e per tutto i fasti ed i nefasti delle campagne elettorale della Prima Repubblica? Quelle in cui i candidati spendevano e spandevano alla grande senza remore e controlli di alcun genere visto che i soldi provenivamo dal meccanismo definito successivamente Tangentopoli? Per nascondere questi interrogativi si alza il polverone su una battuta di Silvio Berlusconi.

Orrore, scandalo, sdegno, esecrazione per l’ex Premier che ha rivelato come i propri figli si sentano perseguitati come gli ebrei ai tempi di Hitler! Ma a mettere in allarme è proprio questa reazione così spropositata, tesa a dipingere come un volgare negazionista il solo Presidente del Consiglio italiano degli ultimi quarant’anni che si sia schierato apertamente e senza ambiguità dalla parte di Israele. Perché questa cortina fumogena così apertamente strumentale alzata dai dirigenti del Pd e dai media fiancheggiatori proprio nel momento in cui scoppia la vicenda delle tessere gonfiate per le primarie del Pd? La risposta è fin troppo scontata. Lo scandalo fasullo sulla battuta di Berlusconi serve a nascondere lo scandalo vero sulle primarie del Pd.

Quelle che sono state definite un congresso e non sono un congresso. Quelle che dovrebbero confermare ancora una volta la diversità democratica del Partito Democratico rispetto a tutte le altre formazioni politiche e che invece dimostrano la desolante ed inguaribile anomalia di un partito che ha le maggiori responsabilità della crisi della nazione. Quelle che in tempi di feroce e giacobina attenzione per ogni forma di circolazione di denaro, pubblico o privato che sia, dovrebbe sollevare prepotentemente la questione del costo spropositato delle primarie, di chi le finanzi e di come.

E invece non suscita neppure la più timida domanda da parte dei cosiddetti professionisti dello scandalo annidiati in tutti i media italiani e da parte di quell’apparato pubblico di polizia fiscale che sembra essere troppo impegnato a contare i peli ai normali cittadini per potersi occupare delle valanghe di denaro messe in circolazione per le primarie del Pd. Questa aspetto dello scandalo del tesseramento gonfiato è sicuramente importante. Sapere quanto sia costata la convention di Renzi alla Leopolda e chi l’abbia pagata sarebbe importante. E altrettanto sarebbe capire come un funzionario di partito come Cuperlo possa permettersi di girare in lungo ed in largo l’Italia organizzando una corrente dai costi spropositati inevitabilmente. Ma più dell’aspetto economico è quello politico che dello scandalo deve preoccupare.

Perché il caso delle tessere gonfiate del Pd dimostra in maniera inequivocabile che il meccanismo delle primarie, considerato una panacea per i mali del sistema italiano, non può essere applicato senza regole certe e valide per tutti. Senza queste regole, che andrebbero fissate per legge, infatti, è il meccanismo stesso della democrazia che viene alterato trasformando la vita pubblica nazionale nel terreno di scorreria di qualsiasi avventuriero gratificato del sostegno dei poteri economici, finanziari ed editoriali forti. Chi parla tanto di riforme dovrebbe affrettarsi ad inserire la legge sulle primarie tra quelle da realizzare con la massima urgenza. Non per impastoiare Renzi, ma per fare in modo che il Paese non cada nelle mani di qualche burattino manovrato dalle stanze del potere!

Lealisti e alfaniani è ora di farla finita

Il Partito Democratico sta facendo di tutto per spaccare il Pdl-Forza Italia e per scaricare sul centrodestra la responsabilità della crisi del governo Letta-Alfano. La decisione di accelerare al 27 novembre la data del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi dimostra in maniera inequivocabile che il partito guidato al momento da Guglielmo Epifani punta a provocare la lacerazione definitiva tra i lealisti e gli alfaniani del fronte berlusconiano e, nel caso i primi non fossero in grado di aprire la crisi, a causare un tale indebolimento della maggioranza di governo da rendere indispensabile la fine delle larghe intese dopo l’approvazione della legge di stabilità.

Il gioco del cerino avviato dal Pd è smaccato. Perché tende a nascondere la vera causa dell’ormai imminente fine dell’esecutivo guidato da Enrico Letta: le primarie del partito in cui l’unico elemento su cui si ritrovano i quattro candidati alla segreteria è rappresentato dalla promessa di mettere fine alle larghe intese. Ma i dirigenti del Pdl-Forza Italia non sembrano rendersene conto. I lealisti si lanciano a testa bassa contro il drappo rosso della provocazione del Pd sulla decadenza del Cavaliere e non si rendono conto che promettendo la crisi come immediata conseguenza dell’espulsione dal Senato di Berlusconi stanno togliendo il cerino della caduta del governo dalle mani del Pd e di Matteo Renzi e si stanno esponendo all’accusa strumentale di subordinare l’interesse del Paese a quello del loro leader.

Gli alfaniani, a loro volta, manifestano una pochezza politica addirittura inquietante quando pongono al centro della loro strategia politica la difesa ad oltranza di un governo che ha le ore comunque contate. Che faranno quando la spina delle larghe intese verrà staccata da un Pd uscito dalle primarie con l’impegno di tutti a togliere di mezzo l’esecutivo dell’innaturale alleanza con la “destra del pregiudicato”? Continueranno a battersi per il governo morto come i giapponesi nelle isolette del Pacifico o, finita la cortina fumogena dietro cui nascondono di considerare tramontato l’astro berlusconiano, cercheranno di salvare se stessi cavalcando la ridicola formula del “partito duale” inventata da Fabrizio Cicchitto per assicurare agli alfaniani il cinquanta per cento dei posti in lista alle prossime elezioni?

Se gli uni e gli altri non si lasciassero dominare dall’ostilità reciproca e dall’impulso all’immediata resa dei conti interna, non dovrebbero fare altro che non cadere nella provocazione del Pd e mettersi d’accordo nell’aspettare il passaggio di mano del cerino della crisi dopo l’8 dicembre. Come? Annunciando che la scelta del Pd di espellere dalla politica il leader del partito con cui si è formata l’alleanza del governo determina la fine delle larghe intese. Ma rinviando a dopo l’approvazione della legge di stabilità debitamente corretta la fine della coalizione. La formula da usare è quella dell’appoggio esterno.

Lasciando al loro posto i ministri Pdl-Forza Italia per il tempo necessario a mettere in sicurezza la manovra economica e gli impegni con l’Europa del Paese. Nessuno, comunque, s’illuda che dopo questa fase lealisti e alfaniani possano tornare a litigare per chi decide le liste del partito alle elezioni. Perché a quella data potrebbero ritrovarsi senza più un partito da contendere e con una massa di elettori disposti ancora a fidarsi di Berlusconi, ma solo a condizione che non sia più accompagnato dai cortigiani e dai cretini.

Futuro segretario senza partito

 

I risultati dei congressi provinciali del Partito Democratico indicano con estrema chiarezza che Matteo Renzi potrà anche vincere le primarie dell’8 dicembre, ma che il grosso dell’apparato del partito non vuole salire sul carro del vincitore e non si piegherà facilmente alla sua leadership. La condizione del sindaco di Firenze è sicuramente migliorata rispetto alla sfida con Pierluigi Bersani. Allora Renzi era visto dall’apparato e da una larga parte della base del Pd come una sorta di alieno totalmente estraneo alla storia e alla tradizione non solo del filone post-comunista del Pd ma anche del filone cattolico-democratico.

Nel frattempo, pero, l’appoggio massiccio dei grandi media, sostenitori per esigenze commerciali di qualsiasi fattore di novità del quadro politico nazionale, ha compiuto un mezzo miracolo. L’alieno antibersaniano è diventato il sicuro vincitore delle primarie e l’arcisicuro vincitore delle future elezioni politiche. E quest’alone di novità legato alle previsioni ed agli auspici di facili e scontate vittorie ha fatto breccia in gran parte della base del Pd e in alcuni settori dello stesso apparato pronti a mettersi al vento di nuove fortune. Ma l’onda miracolistica in favore di Renzi ha migliorato la difficile condizione di partenza del sindaco di Firenze ma non l’ha ribaltata del tutto.

Per cui è facile prevedere che a metà dicembre il Pd si ritroverà con un nuovo segretario privo del consenso della maggioranza dell’apparato del proprio partito. Se Renzi fosse Cuperlo, cioè un personaggio venuto fuori dal corpaccione del Pd, si impegnerebbe in trattative continue con gli esponenti a lui contrari per blandirli, convertirli, rassicurarli e coinvolgerli nella sua gestione. Qualunque funzionario di partito si comporterebbe in questo modo. Ma Renzi non è Cuperlo. Nel senso che il sindaco di Firenze non ha la cultura, la tradizione e l’abitudine del funzionario di partito. La sua caratteristica principale è proprio quella di essere, caratterialmente, culturalmente e anche fisicamente, un uomo nuovo totalmente diverso dai dirigenti tradizionali.

Il ché esclude tassativamente che l’investitura a segretario possa spingerlo ad aprire una lunga fase di estenuanti trattative interne per evitare di farsi logorare e liquidare dall’ostilità della parte maggioritaria dell’apparato. E lascia immaginare una fase più consona al carattere e alle ambizioni del personaggio. Quella in cui per evitare il logoramento interno si punta alla rottura all’esterno per costringere l’intero partito a sfidare il destino in maniera unitaria.

Per consolidare la leadership, in sostanza, Renzi non ha altra strada che provocare la caduta del governo Letta subito dopo l’approvazione della legge di stabilità e puntare ad elezioni anticipate in primavera. Solo impegnando il partito nella battaglia esterna può scongiurare il pericolo del Vietnam interno. E solo conquistando il ruolo di Premier dopo quello di segretario può sperare di rivoluzionare un partito che è rimasto tenacemente e ferocemente fermo agli anni ‘70 del secolo scorso.

Un futuro da Rumor per il pavido Letta

 

È più che probabile che il governo di Enrico Letta riesca a superare anche l’ostacolo rappresentato dal caso Cancellieri. Non tanto perché contro le dimissioni del ministro della Giustizia si sia espresso il Pdl-Forza Italia in nome del proprio tradizionale garantismo e nel desiderio di sottolineare le differenze di comportamento di magistratura e sinistra sulle telefonate della Cancellieri per Giulia Ligresti e su quelle di Berlusconi per Ruby. Quanto perché il Pd non è ancora pronto a staccare la spina al governo delle larghe intese.

Deve attendere l’elezione plebiscitaria di Matteo Renzi alla segreteria. E solo dopo aver compiuto questa operazione, che nella convinzione di larga parte del partito dovrebbe assicurare una larghissima vittoria del Pd alle prossime elezioni, provocherà la fine delle tanto detestate larghe intese e il ricorso alle elezioni anticipate. Per questo motivo l’eventuale superamento dell’ostacolo-Cancellieri non comporta alcun sospiro di sollievo per Enrico Letta. Il presidente del Consiglio sa ormai che il proprio esecutivo fondato sulla collaborazione tra Pd, Pdl e Scelta Civica è condannato.

E deve solo attendere il momento in cui la condanna verrà eseguita da chi avrà la forza di assumersi la responsabilità di dare il colpo finale ad una esperienza politica che tutti hanno sempre considerato come un accidente temporaneo da superare il più presto possibile. L etta, che non è affatto uno sprovveduto, ha capito benissimo che il governo ha i giorni contati. E ha scelto di usare la coda delle larghe intese per accreditarsi all’interno del Pd e della sinistra tutta come l’uomo che è riuscito a sfruttare abilmente l’emergenza su cui ha sempre poggiato il suo esecutivo per provocare la spaccatura del centrodestra.

A Renzi l’attuale Presidente del Consiglio vuole portare in dono la spaccatura del Pdl-Forza Italia. Nella convinzione che questo titolo di merito gli garantirà un futuro, sia pure da comprimario e non da primo attore, anche nella ormai imminente Era renziana. Se Letta avesse voluto tentare di diventare, in alternativa a Renzi, il protagonista degli anni a venire, avrebbe dovuto avere il coraggio di trasformare la formula emergenziale delle larghe intese in un progetto politico di lunga durata. Cioè avrebbe dovuto lavorare non solo per provocare la spaccatura del Pdl ma anche quella del Partito Democratico.

E mettersi alla testa della formazione neocentrista che si sarebbe dovuta formare attraverso l’incontro tra i neo-popolari del centrodestra, gli ex popolari della sinistra e gli aspiranti popolari dei montiani di Scelta Civica. Ma Letta non ha avuto il coraggio di compiere una operazione così azzardata. Ha preferito lavorare solo sul versante del centrodestra per separare i cosiddetti innovatori di Angelino Alfano dai lealisti berlusconiani. E oggi si ritrova a contare i giorni che ancora lo vedranno presente a Palazzo Chigi e a sperare di poter ottenere nell’era renziana prossima ventura almeno un posticino di ministro.

Insomma, poteva essere un De Gasperi e arriverà al massimo a diventare un Rumor! E che tristezza per gli innovatori di Alfano! Che, nella migliore delle ipotesi, potranno diventare dei post-dorotei e mendicare qualche posticino di sottogoverno presso il novello San Matteo, miracolistico moltiplicatore delle tessere del Pd.

“Esecuzione” del Cav Letta corresponsabile

Enrico Letta rispolvera l’antica ipocrisia di stampo democristiano quando ripete che nel caso Berlusconi bisogna tenere distinti l’ambito giudiziario da quello politico. Perché ci vuole una dose massiccia di ipocrisia nel non prendere atto che per tenere separati i due ambiti sarebbe bastato aspettare che a decretare la decadenza del Cavaliere fosse stata , come inevitabilmente avverrà tra qualche settimana, la giustizia ordinaria.

Invece il Partito Democratico, su pressione del Movimento Cinque Stelle e in concorso con Scelta Civica, ha puntato sull’esecuzione politica fin dalla sentenza di condanna del leader del centrodestra . E da questa linea non ha mai derogato di un solo millimetro in un crescendo di determinazione politica contro il Cavaliere culminata nella scelta del voto palese per l’espulsione dal Senato del ventennale nemico. Se Letta avesse voluto preservare il proprio governo dalla fatale commistione di questioni giudiziarie e questioni politiche nella vicenda Berlusconi, avrebbe potuto tranquillamente e facilmente sollecitare il rinvio alla Corte Costituzionale della legge Severino.

O spendere il peso del proprio ruolo per convincere i vertici del Pd ad evitare la strada della provocazione continua nei confronti dell’alleato Pdl-Forza Italia nella coalizione governativa. Non lo ha fatto. E non per tenere distante l’esecutivo da una materia così ribollente, ma per non assumere una posizione che sarebbe stata oggettivamente in contrasto con la linea seguita dal proprio partito. Anche il Presidente del Consiglio, dunque, si è mosso in base a valutazioni politiche e senza tenere in alcun conto quelle giuridiche. Puntando apertamente a blindare il proprio governo attraverso la spaccatura e l’eventuale scissione del Pdl-Forza Italia.

I berlusconiani di osservanza governativa sostengono che Letta è una vittima di quella parte del Pd che punta al voto anticipato in primavera per sfruttare l’ascesa di Matteo Renzi per stravincere le elezioni anche grazie all’espulsione dalla partita di Silvio Berlusconi. E chiedono al Cavaliere e ai lealisti di Forza Italia di non cadere nella provocazione e di continuare a sostenere il governo di Enrico Letta. Ma il loro tentativo di giustificare Letta presentandolo come una vittima del complotto renziano e grillino non convince affatto. Perché non è sostenendo il governo che si blocca la spinta di Renzi e Grillo per le elezioni anticipate; spinta che diventerà comunque incontenibile dopo le primarie di dicembre e la conquista della segreteria del Pd da parte del sindaco di Firenze.

Ma è sostenendo Letta che si favorisce il disegno del Presidente del Consiglio di usare la voluta commistione tra politica e giustizia nel caso Berlusconi per provocare una scissione irreparabile nel centrodestra e favorire non la fine del berlusconismo ma l’eclissi per un tempo indefinito dell’area moderata dalla scena politica nazionale.

Invece di parlare di provocazione, dunque, i governativi del Pdl-Forza Italia dovrebbero incominciare a riflettere sulla prevaricazione compiuta congiuntamente dal Partito Democratico, dai montiani di Scelta Civica, da Sel, dal Movimento Cinque Stelle e dallo stesso Presidente del Consiglio. Una prevaricazione che porta il nostro Paese allo stesso livello di quei paesi dell’Est in cui ai vecchi regimi comunisti sono succedute democrazie deboli dove la sorte degli oppositori è quella di finire in galera per presunti reati comuni.