Archivio mensile:dicembre 2013

Riforme impossibili e governo incapace

Ma può un governo che non sa evitare lo stravolgimento di un decreto da parte dell’assalto delle lobby e degli interessi particolari guidare il processo di riforme che dovrebbe portare addirittura ad un epocale cambiamento della Carta Costituzionale? Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cioè l’artefice dell’attuale equilibrio politico ed il personaggio che dall’epoca del governo Monti ad oggi rappresenta il perno su cui regge ciò che resta del sistema della Seconda Repubblica, dovrebbe essere il primo a porsi questo interrogativo. Perché è lui che ha assegnato i compiti all’Esecutivo dei tecnici guidati da Mario Monti e all’Esecutivo di Enrico Letta indicando che il primo doveva perseguire il risanamento ed il secondo realizzare le indispensabili riforme istituzionali.

Ed è proprio lui che non può non prendere atto non solo del fallimento dell’operazione Monti, ma anche dell’impossibilità del governo Letta di portare a compimento l’impresa a cui era stato assegnato. La vicenda del “Salva-Roma”, decreto lasciato decadere proprio su sollecitazione del Quirinale, dimostra in maniera inequivocabile che l’Esecutivo non è in grado di compiere alcunché al di fuori di un piccolo cabotaggio realizzato, oltretutto, in maniera contraddittoria, faticosa e sostanzialmente inefficace. Il governo, in sostanza, può aumentare le tasse per la pausa caffè, può spostare il carico delle imposte sulle casa da una parte all’altra caricandolo lungo la strada di qualche altro aumento, può fare l’elemosina alle fasce più basse dei pensionati per aumentare il taglieggiamento dello Stato ai danni della stragrande maggioranza dei cittadini che percepiscono il loro legittimo trattamento di quiescenza.

Ma oltre queste operazioni di piccolo imbroglio ragionieristico non sa e non può andare. Non solo perché è carico di gente di non eccelso livello. Ma soprattutto perché non ha alle spalle una maggioranza solida, compatta e decisa a svolgere la propria funzione. La favola secondo cui la fine delle larghe intese ed il passaggio alla piccola intesa avrebbe comportato una maggiore coesione della coalizione si è rivelata un’autentica bufala. I partiti della maggioranza sono impegnati solo a salvare se stessi e il proprio personale futuro piuttosto che salvare il Paese dalla crisi. E in queste condizioni, comprovate dagli avvenimenti che si realizzano a ritmo ormai giornaliero, il capo dello Stato, cioè l’uomo che si è assunto la responsabilità di imporre questo quadro politico in nome della stabilità di fronte all’emergenza, non può rimanere indifferente di fronte al fallimento dell’esperimento politico da lui fortemente voluto.

Se il 2014 dovesse essere la semplice continuazione del 2013 senza portare ad alcun tipo di riforma sarebbe una tragedia. Perché a fallire non sarebbe solo il governo della piccola intesa, ma anche quella generazione dei quarantenni, Matteo Renzi in testa seguito a ruota da Enrico Letta e Angelino Alfano, che viene considerata come l’ultima riserva dell’attuale sistema politico. Un sistema, però, che è talmente deteriorato e così profondamente diverso da quello originario della democrazia repubblicana, da essere incentrato solo ed esclusivamente sul ruolo anomalo e debordante del Presidente della Repubblica. Ma quale futuro può avere un Paese che ha un governo incapace e paralizzato e la “guida suprema”, come nei regimi autoritari, di un uomo solo e per di più novantenne?

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Le toghe, Berlusconi e l’immagine-Italia

Sarà pure corretta da un punto di vista giuridico la decisione del Tribunale di Milano di vietare a Silvio Berlusconi di partecipare alla riunione di Bruxelles del Partito Popolare Europeo. E sarà pure legittimo che il Csm abbia promosso un’azione a tutela della magistratura per impedire che il leader di Forza Italia continui a dichiararsi vittima di quattro colpi di Stato perpetrati da pezzi del sistema giudiziario in concordo con pezzi del sistema mediatico e di quello politico.

Ma è un fatto incontrovertibile che impedire ad un leader politico di partecipare ad una riunione del proprio partito di riferimento continentale in una città che si trova sul territorio dell’Unione Europea e pretendere di impedire allo stesso leader politico di muovere critiche politiche nei confronti di chi considera responsabile di aver alterato le regole della democrazia, costituisce agli occhi della parte di opinione pubblica nazionale ed europea che si riconosce in quel leader una limitazione pesante alla libertà di movimento e di espressione non solo del leader stesso ma soprattutto di chi la pensa come lui. Si dirà che Berlusconi è un condannato. E come tale deve sottostare alle leggi del proprio Paese come chiunque si trovi nelle sue stesse condizioni.

E si ripeterà per l’ennesima volta che le accuse che muove a pezzi della magistratura non sono critiche ma aggressioni che minano la credibilità e la sacralità della magistratura intera. Sarà pure tutto vero. Ma questa presunta verità sbandierata da una parte viene intesa come un’insopportabile offesa alla libertà ed alla democrazia dalla parte opposta. E poiché questa parte opposta è formata da almeno il trenta per cento dell’opinione pubblica del Paese e da una fetta consistente (se non maggioritaria) dell’opinione pubblica europea, la faccenda non può essere considerata come un fatto privato che riguarda un pregiudicato ed i suoi cari, ma come un fatto politico dalle forti conseguenze all’interno e all’esterno del Paese.

All’interno, quel trenta per cento di opinione pubblica che si sente solidale con il Cavaliere trova nelle decisioni del Tribunale di Milano e del Csm la conferma sulla persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi. Una persecuzione che non è solo personale, ma che si riverbera su tutti i suoi elettori trattati di fatto come soggetti a rischio di concorso esterno con il grande pregiudicato nazionale. In questo modo non solo la cosiddetta pacificazione diventa una chimera, ma si perpetua ancora una volta una spaccatura che produce ed alimenta artificiosamente un clima da guerra civile ormai insopportabile. La conseguenza più significativa, però, si verifica all’esterno.

Perché impedire a Berlusconi di andare a Bruxelles non significa, come vorrebbero i giustizialisti nostrani, dimostrare che l’Italia sa punire i condannati. Significa accendere un faro a livello europeo ed internazionale sulle condizioni della democrazia italiana. Perché qualcuno può incominciare a chiedersi che tipo di democrazia sia quella in cui dopo vent’anni di iniziative giudiziarie di ogni genere nei confronti di chi è stato capo del Governo per dieci anni e capo dell’opposizione per gli altri dieci, si limita la libertà di movimento e di espressione di questo leader a causa di una condanna per evasione fiscale.

E perché questo qualcuno non può non rilevare come considerare aggressione da condannare (anche penalmente) qualsiasi critica politica sia un comportamento non da democrazia liberale e stato di diritto ma da regime autoritario di vecchio o di nuovo stampo. Il Presidente della Repubblica che tanto tiene all’immagine dell’Italia all’estero farebbe bene a porsi il problema!

Renzi vs Grillo, costi e benefici

Matteo Renzi come Blair? Il nuovo segretario del Partito Democratico come Clinton? Il sindaco di Firenze come Schröder? Nient’affatto. Per la semplice ragione che mentre Blair, Clinton e Schröder crearono il loro successo elettorale con programmi capaci di conquistare larghe fette di elettorato moderato, Renzi punta a fare l’esatto contrario. Cioè a confermare che il Pd rimane un partito saldamente di sinistra e vuole allargare la propria base elettorale conquistando gran parte del voto confluito alle ultime elezioni sul Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Lo scontro tra Renzi e Grillo è destinato ad essere il tema dominante dei primi mesi del prossimo anno.

Le avvisaglie si sono già avute con l’Assemblea Nazionale del Pd. Con Renzi che ha dato del buffone a Grillo e con quest’ultimo che ha replicato definendo “scoreggina” lo scambio tra legge elettorale e rinuncia ai finanziamenti proposto dal segretario del Pd come base per un accordo tra le due forze politiche. Ma il meglio (che poi sarebbe il peggio almeno in termini di trivialità) deve ancora venire. Perché il programma tutto di sinistra di Renzi, dallo jus soli alle unioni civili, dal salario minimo garantito alla legge elettorale per fare del Pd il dominus della politica nazionale, indica che la linea strategica scelta dal nuovo leader della sinistra non è quella di strappare voti alle varie componenti del centrodestra, ma di recuperare i voti usciti a suo tempo dal Partito Democratico e finiti nelle braccia del comico populista genovese.

Nei prossimi mesi, quindi, mano a mano che la data delle elezioni europee si farà più vicina (sempre che nel frattempo la maggioranza di governo non collassi aprendo la strada al voto anticipato) la conflittualità tra Renzi e Grillo non potrà che aumentare raggiungendo facilmente, viste le premesse, punte di scurrilità sicuramente divertenti. È difficile stabilire se nel compiere questa scelta strategica Renzi abbia calcolato costi e benefici dell’operazione. Per il momento il nuovo segretario del Pd sembra più preoccupato di sfornare battute che di riflettere sulle loro conseguenze politiche. Ma se il beneficio dell’offensiva anti-Grillo può essere quello di recuperare almeno una parte dei voti fuggiti dal recinto della sinistra, il costo dell’operazione si prospetta decisamente alto.

Perché se da un lato Renzi vuole svuotare il bacino di Cinque Stelle deve necessariamente sostenere il Governo Letta nell’attuazione di almeno una qualche misura concreta contro la crisi. Dall’altro deve necessariamente cercare di realizzare una legge elettorale che, fissando in maniera indelebile lo schema bipolare, costringa gli elettori di Grillo a scegliere tra il voto utile per il Pd o l’isolamento anti-sistema del Movimento Cinque Stelle.

Ma come arrivare ad una legge elettorale del genere se all’interno della attuale maggioranza esistono partiti come quelli di Alfano, Casini e Mauro che rimangono aggrappati a qualche forma di proporzionalismo per non subire la sorte dei vasi di coccio tra quelli di ferro? La risposta rimette in pista Silvio Berlusconi. Se Renzi vuole una legge bipolare per sconfiggere Grillo deve trattare necessariamente con il Cavaliere. Che, cacciato dalla porta, rientra fatalmente dalla finestra e continua ad essere determinante per la politica nazionale.

Giorgio Napolitano con l’arma scarica

 

Non è affatto vero come sostengono alcuni cortigiani del Quirinale che nel discorso alle alte cariche dello Stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia ricaricato l’arma delle proprie dimissioni. E posto tutte le forze politiche di fronte all’alternativa tra fare le riforme, istituzionali ed elettorale, ed il caos che si verificherebbe nel caso di dimissioni del Capo dello Stato motivate dal mancato accordo dei partiti sulle riforme.

In realtà è vero l’esatto contrario. Cioè che il discorso di Napolitano ha dimostrato che l’arma delle dimissioni è diventata scarica. Perché se il Capo dello Stato dovesse sul serio gettare la spugna e ritirarsi a vita privata per protestare contro l’incapacità delle forze politiche di portare avanti il progetto di riforme concordato alla nascita del Governo di larghe intese, il suo gesto troverebbe una larga maggioranza pronta a salutarlo come un atto liberatorio e non come l’anticamera dello sfascio definitivo. Napolitano ha correttamente ricordato che alla base del suo secondo mandato c’era l’impegno a realizzare le riforme indispensabili per la ripresa del Paese. Ed ha conseguentemente rilevato come l’assenza di riforme eliminerebbe la motivazione del suo rinnovato impegno al Quirinale e lo costringerebbe a mettere fine al suo nuovo settennato.

Ma ha dimenticato di evidenziare come la condizione politica inderogabile all’impegno per le riforme ed alla rinnovata fiducia del Parlamento nei suoi confronti sia stata l’eccezionalità della formula delle larghe intese. Solo un accordo straordinario e dettato dall’emergenza tra le due grandi forze che si erano combattute per vent’anni nel sistema bipolare avrebbe potuto assicurare non solo i numeri parlamentari ma il consenso politico e morale necessario alla doverosa opera di rinnovamento istituzionale.

Quell’accordo è saltato. Non per opera di una sentenza della magistratura che ha liquidato il leader del centrodestra, ma per la decisione del Partito Democratico di anticipare il naturale percorso giudiziario della sentenza per rivendicare, di fronte al proprio elettorato, il merito di aver ucciso politicamente il ventennale nemico divenuto accidentalmente un alleato. Da fine ed esperto politico Napolitano avrebbe dovuto capire che la scelta del Pd di ghigliottinare Berlusconi avrebbe comportato l’automatica fine del patto sulle riforme realizzato nell’aprile scorso con la formula eccezionale ed emergenziale delle larghe intese.

E da navigato Presidente della Repubblica avrebbe potuto almeno esercitare quella moral suasion spesa a piene mani nel passato per convincere i dirigenti del suo partito ad evitare forzature inutili e controproducenti. Ma di questa moral suasion sul Pd non si è vista l’ombra. Ed, anzi, Napolitano si è affrettato a benedire la scissione del Pdl provocata dalla forzatura del Partito Democratico in nome di una governabilità e di una stabilità che però erano fondate su un equilibrio politico completamente diverso da quello delle larghe intese. Equilibrio che non poteva e non può assicurare le riforme ma solo la sopravvivenza di un Esecutivo che non gode del consenso pieno neppure del partito dominante della sua coalizione.

L’arma delle dimissioni, minacciosamente esibita per tenere in piedi ad ogni costo il Governo Letta, quindi, è un’arma scarica. Perché se attivata non provocherebbe alcun caos ma solo un botto simile ai tappi di spumante della notte di Capodanno. Quei tappi che partono da soli quando le bottiglie sono state agitate troppo da mani maldestre!

E ora gli alfaniani scoprono la “sòla”

E la stabilità di Governo? Ed il bene del Paese? Tutto superato, tutto dimenticato. Di fronte al passaggio della riforma elettorale dal Senato alla Camera concordato da Grasso e Boldrini in ossequio alla richiesta di Renzi di accelerare i tempi della riforma sfruttando a Montecitorio il peso dei deputati Pd, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano ha apertamente minacciato la crisi. Cioè si è comportato come aveva fatto il Pdl quando era ancora unito, al tempo in cui pretendeva che stare insieme con il Pd e Scelta Civica nella maggioranza rendesse impossibile agli alleati di tentare di liquidare per via giudiziaria il loro leader Silvio Berlusconi.

La scissione, per chi lo avesse dimenticato, si è realizzata proprio su questo punto. I lealisti hanno continuato a sostenere che non si può stare in maggioranza con chi ti vuole ammazzare il leader. Gli alfaniani hanno invece stabilito che il bene del Paese inteso come stabilità di Governo è superiore all’interesse di parte rappresentato dalla lealtà verso il proprio leader. Ed hanno formato un nuovo partito che però adesso, ad appena un mese dalla dolorosa scissione, minaccia la crisi di governo se il Pd volesse realizzare alla Camera un blitz sulla legge elettorale puntando su un sistema maggioritario destinato a dare stabilità al bipolarismo ed a togliere spazio politico alle formazioni neo-centriste. Insomma, il bene del Paese valeva per consentire alla sinistra di espellere dal Parlamento Berlusconi.

Ma non vale adesso che il Pd , nella nuova versione renziana, ha deciso di mandare di traverso lo spumante con cui i proporzionalisti centristi hanno brindato alla sentenza della Corte Costituzionale e punta ad una riforma destinata a cancellare ogni vaga speranza di restaurazione della Prima Repubblica. La contraddizione è fin troppo evidente. Ma è anche comprensibile. Perché Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello e tutti gli altri scissionisti del Nuovo Centrodestra sono perfettamente consapevoli che sulla partita della legge elettorale si gioca la loro sopravvivenza politica. Un sistema fortemente bipolare, come potrebbe essere un Mattarellum senza la quota proporzionale, li condannerebbe o a rifluire verso Forza Italia o ad entrare a far parte di un grande rassemblement di centrodestra dominato ancora una volta dal Cavaliere.

Non ci sarebbe una terza alternativa. Perché non ci sarebbe spazio politico per le formazioni di stampo centrista. Si capisce, allora, perché dopo aver denunciato i pericoli di crisi quando li agitavano i lealisti berlusconiani, gli alfaniani abbiano reagito all’accelerazione di Renzi minacciando a loro volta la crisi di governo con la stessa motivazione usata dai loro ex amici. Ciò che non si riesce a comprendere, però, è come mai gente esperta come Alfano, Quagliariello e Cicchitto non abbiano messo in conto al momento della scissione che il nuovo segretario del Pd, qualunque fosse stato, avrebbe avuto come obiettivo prioritario quello di liberare il Governo dai condizionamenti delle larghe intese sia pure trasformate in piccole intese.

Ed avrebbe puntato a mettere in difficoltà, usando l’arma della nuova legge elettorale, le formazioni neo-centriste nate dalle spaccature del Pdl e di Scelta Civica. Chi ha assicurato loro che il Pd li avrebbe garantiti con un qualche ritorno al proporzionalismo destinato a renderli intoccabili come i partiti minori di area centrista della Prima Repubblica? È stato Enrico Letta? È stato Giorgio Napolitano? I diretti interessati conoscono la risposta. Ed oggi sanno pure che chiunque sia stato ha dato loro una bella “sòla” (termine romanesco per dire fregatura)!

La politica della nuora e… della suocera

Silvio Berlusconi può mettersi sulla riva del fiume ad aspettare il passaggio del cadavere metaforico del suo ex delfino Angelino Alfano, ora diventato il suo avversario agli occhi dell’elettorato del centrodestra. Perché da adesso in poi il compito di incalzare, attaccare, mettere all’angolo e bastonare il povero Alfano lo dovrà svolgere il nuovo segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi.

La conferma che questo sarà il tema principale delle battaglie politiche dei prossimi mesi si è avuta nel corso della prima giornata di lavoro del neo-segretario del Pd segnata dall’incontro al Quirinale con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. La giornata, infatti, è stata significativa non tanto per la riunione ultra-mattutina dell’ufficio di segreteria (iniziativa abbastanza scontata per dare un segnale di novità giovanilistica). E neppure per il disinteresse mostrato nei confronti di un dibattito sulla fiducia al Governo da cui non potevano scaturire novità di sorta.

Ma solo ed esclusivamente dal confronto tra Renzi e Napolitano incentrato fatalmente sul problema di come poter conciliare il continuismo conservatore del Quirinale e la sua strenua difesa della maggioranza ristretta di Enrico Letta e l’assoluta necessità di Renzi di rispettare l’impegno alla novità ed alla discontinuità da lui assunto nei confronti di chi lo ha eletto in maniera plebiscitaria alla segreteria del Partito Democratico. L’incontro, ovviamente, non è servito a risolvere il problema. Ma ha indicato come il sindaco di Firenze intende aggirarlo per non dover entrare immediatamente in rotta di collisione con il suo vero ed unico antagonista al ruolo di principale artefice della politica nazionale, cioè Napolitano. La soluzione di Renzi è semplice.

Trasformare Alfano e la sua pattuglia di scissionisti ex berlusconiani nel bersaglio su cui dirottare i colpi di una offensiva innovatrice che a regola andrebbero indirizzati direttamente contro il Governo e contro il Capo dello Stato. Da adesso in poi dunque, e fino a quando il gioco potrà reggere, Renzi attaccherà Alfano per non aggredire direttamente Letta e Napolitano. E lo farà soprattutto sulla questione della nuova legge elettorale scaricando su Alfano quell’accusa di essere un neo-centrista nostalgico del proporzionale della Prima Repubblica, che in realtà dovrebbe lanciare direttamente al Presidente del Consiglio ed al suo Lord Protettore del Quirinale.

Fino a quando Renzi potrà picchiare “la nuova perché suocera intenda” e trasformare agli occhi dei suoi elettori l’ex delfino di Berlusconi nel solo responsabile del freno alla sua spinta innovativa, il Governo riuscirà ad andare avanti. Anche seguendo quella linea del vivacchiamento e del galleggiamento indicata dal discorso del “nuovo inizio” di Enrico Letta. Quando, però, non basterà più bastonare Alfano per tranquillizzare gli elettori delle primarie in cerca di novità, il gioco arriverà al termine.

Per non deludere il proprio elettorato e per continuare ad ambire di diventare il premier innovatore del Paese, Renzi dovrà necessariamente contestare i veri responsabili del progetto “ritorno al passato”, cioè Letta e Napolitano. E si andrà necessariamente alle elezioni anticipate. Con tutti i protagonisti di questa fase politica fatalmente logorati, da Alfano a Letta ed a Napolitano. Ed allo stesso Renzi, che più passa il tempo e più perde la sua credibilità come uomo nuovo della politica italiana!

Dirigenza di ottusi contro le proteste

 

Lo schema mentale è tragicamente ottuso e stabilisce in maniera apodittica che se la protesta di piazza non è della sinistra politica e sindacale o anche dei “compagni che sbagliano” della sinistra extraparlamentare, è automaticamente di destra. E quindi eversiva, ribellistica, priva di qualsiasi valore, espressione solo di spinte irrazionali a cui si può e si deve contrapporre solo una severa e giusta repressione.

Con questo schema la classe politica dominante, permeata di pregiudizi maldigeriti lasciati in eredità dalla vecchia egemonia di stampo gramsciano, sembra decisa ad affrontare il fenomeno delle agitazioni che si accedono in maniera spontanea nelle principali città italiane e che rischiano non solo di paralizzare il Paese, ma di gettarlo in una spirale di tensione del tutto incontrollabile.

A nessuno passa per la testa di considerare che se nelle piazze s’incontrano senza preordinazione alcuna gli autotrasportatori e gli operai disoccupati o cassintegrati, i professionisti ed i piccoli imprenditori delle partite Iva ed i precari o i senza lavoro che formano il nerbo degli ultrà degli stadi, vuol dire che il disagio per la crisi ha raggiunto il livello di guardia e può traboccare da un momento all’altro.

La reazione pavloviana è che se questa gente non ha alle spalle i sindacati o i partiti (in particolare della sinistra) e non è espressione neppure dei centri sociali, non può essere che massa bruta infiltrata da estremisti di destra e non esprime nulla di politicamente e socialmente rilevante non una rabbia eversiva di tenere a bada solo con la forza pubblica. Dispiace che questo schema abbia trovato l’interprete istituzionale nel ministro dell’Interno Angelino Alfano, che dovrebbe essere estraneo ai pregiudizi della sinistra post-gramsciana. Ma tant’è.

La reazione ufficiale del governo al fenomeno è la promessa di manganelli in nome della difesa dell’ordine pubblico. O, peggio, l’assicurazione del ministro Saccomanni che il prodotto interno lordo ha fermato la caduta e che nel quarto trimestre del 2014 si incomincerà a vedere la luce della ripresa. Ma possono essere i manganelli e le promesse assurde a fermare il disagio crescente della parte più disperata ed in difficoltà della società italiana?

E può essere lo schema manicheo che rende un corpo estraneo alla società qualunque pezzo di società non sia espressione di una qualsiasi parte della sinistra a riportare la tranquillità nelle piazze d’Italia? Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, sembra convinto che l’ennesimo voto di fiducia dato da Camere brutalmente delegittimate dalla Corte Costituzionale possa essere una risposta efficace alla protesta popolare.

Come se la disperazione dei Forconi possa essere placata dal “patto alla tedesca” tra lui stesso, Renzi e Alfano. A sua volta il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sembra colpito solo dalla preoccupazione di evitare ad ogni costo le elezioni anticipate tenendo in piedi a qualsiasi costo il Governo delle piccole intese. E preferisce ignorare una protesta che non provenendo dalla sinistra è oggettivamente espressione di eversori e banditi.

Il guaio, però, che lo schema non aiuta a risolvere. E che l’atteggiamento del Governo e del suo Lord Protettore non spinge i manifestanti a liberare le strade e tornare nelle proprie case. Per secoli si è irriso su Maria Antonietta che aveva proposto di dare brioches a chi voleva pane e libertà ed aveva scambiato una rivoluzione per una rivolta. Speriamo che il futuro non faccia irridere sulle Marie Antoniette nostrane che a chi chiede misure concrete contro la crisi risponde che lo spread è calato e che tra un anno si vedrà la luce!

Renzi, l’ora dei fatti dopo la propaganda

Sarà bene che qualcuno spieghi a Matteo Renzi che la riduzione del costo della politica non passa necessariamente attraverso la riduzione del numero dei parlamentari. Perché ridurre i deputati significa automaticamente allargare il perimetro delle circoscrizioni elettorali (o dei collegi a secondo del sistema di voto).

A sua volta allargare l’area delle circoscrizioni e ritornando al sistema delle preferenze voluto dalla Corte Costituzionale significa aumentare a dismisura il costo delle campagne elettorali dei candidati. Il ché, come l’esperienza del passato insegna, comporta non solo l’espandersi proporzionale del fenomeno del voto di scambio ma l’automatica moltiplicazione della corruzione e del saccheggiamento del denaro pubblico.

Ridurre le spese della politica, quindi, è sacrosanto. Ma imboccare la strada della demagogia per raggiungere un così importante risultato è sbagliato e controproducente. Perché se per risparmiare un miliardo di spese per la politica si produce l’aumento delle tangenti o dei pagamenti indiretti alle lobby che hanno favorito l’elezione dei candidati, il risultato è peggiore del problema che si voleva risolvere. Il risparmio che si ottiene riducendo i deputati o trasformando i senatori in rappresentanti temporanei delle autonomie locali viene bilanciato e superato da altri sprechi.

Con l’aggravante che all’aumento della spesa si aggiunge la moltiplicazione del malaffare e della corruzione. Renzi, quindi, dovrebbe stare molto attento nel trasformare le sue promesse elettorali, necessariamente generiche, in misure e provvedimenti concreti. Perché troppo spesso le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni.

E, soprattutto, perché in un momento di difficoltà così forte della società italiana, testimoniata dallo scoppio delle tensioni sociali, non si possono compiere errori di sorta. Neppure in nome della buona volontà, dell’entusiasmo e di un cambiamento che è assolutamente necessario ma che non deve diventare un ulteriore fattore di peggioramento della situazione. L’appello a nuovo segretario del Partito Democratico a passare dalla propaganda elettorale per le primarie alla guida effettiva del principale partito della sinistra riguarda soprattutto la riforma della legge elettorale, resa indispensabile dalla cancellazione del “Porcellum” decisa dalla Consulta. Prima della decisione della Corte Costituzionale appariva opportuno legare la riforma della legge elettorale ad un nuovo assetto istituzionale.

E, quindi, affiancare al superamento del Porcellum anche una riforma costituzionale diretta, quantomeno, ad abolire il bicameralismo perfetto. Ma oggi che la Consulta anticostituzionale la vecchia legge può un Parlamento eletto con il Porcellum anticostituzionale procedere ad una qualche riforma della Costituzione? La contraddizione è palese. E dovrebbe spingere Renzi a riflettere sulla necessità di puntare solo su una riforma elettorale fortemente bipolare per rinviare le riforme costituzionali ad un nuovo Parlamento non più sporcato dall’ombra della incostituzionalità. Questo significa tenersi a breve Camera e Senato con i numeri attuali? Può essere. Ma sempre meglio che provocare altri disastri. E rilanciando quella democrazia dell’alternanza che è la condizione prioritaria per una politica più utile e virtuosa!

La nomenklatura e il Renzi-pompiere

Ci sono due fenomeni di massa a segnare la prima decade di dicembre e che vanno assolutamente considerati in maniera collegata. Da un lato c’è il successo di Matteo Renzi che segna sicuramente una svolta epocale nella storia della sinistra italiana erede del Pc e della Dc di sinistra. Dall’altro c’è la protesta dei Tir e dei Forconi che minaccia di bloccare l’Italia partendo dal Sud ed espandendosi progressivamente verso le regioni centrali e settentrionali del Paese. Perché i due avvenimenti non possono essere considerati in maniera separata come vanno facendo in queste ore i principali responsabili della politica nazionale ed i loro conformisti comunicatori distinguendo tra politica ed antipolitica? La ragione è temporale.

Nel senso che in attesa che la svolta epocale di Renzi produca i suoi effetti sulla scena politica nazionale, la spinta che autotrasportatori, Movimento dei Forconi, autonomi, partite Iva e cittadini infuriati per l’oppressione fiscale può determinare conseguenze destinate ad anticipare i normali tempi lunghi delle vicende politiche nostrane. Nessuno sa ancora quale voglia essere l’obiettivo primario della svolta di Renzi. Se la rimozione del vecchio apparato del Partito Democratico uscito pesantemente sconfitto dalle primarie. O se anche gli attuali equilibri di governo. Sappiamo però che il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, forte del sostegno del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e dei partiti rimasti nella sua maggioranza, puntano ad incanalare la spinta innovatrice di Renzi nell’alveo di una governabilità che dovrebbe durare almeno per tutto il prossimo 2014.

La questione dei due fenomeni di massa si pone, quindi, in termini fin troppo semplici. Può il sistema politico nel suo complesso e l’assetto governativo in particolare reggere fino al 2015 le spallate che vengono in maniera assolutamente spontanea da una parte consistente della società nazionale non più in grado di reggere il peso insopportabile della crisi? La risposta che viene normalmente data a questo quesito è che l’unica difesa contro le tensioni sociali è rappresentata da una corretta ed efficace azione di governo. Ma, a parte la considerazione che fino ad ora questa azione non è stata né corretta, né efficace e che, al contrario, il Governo Letta ha brillato per una sostanziale inazione, quanto tempo potrà passare prima che l’innervamento del governo da parte della linfa innovatrice proveniente da Renzi potrà determinare qualche effetto positivo?

Il dramma è che la protesta dei Tir e dei Forconi, considerata dalla nomenklatura del Paese un semplice esempio di folkloristica antipolitica, rischia di essere una scintilla destinata ad accedere un incendio di vaste proporzioni difficilmente domabile. Nel Paese la tensione cresce. E non tocca solo frange ristrette ma incomincia a dominare nella stragrande maggioranza delle fasce più deboli e di un ceto medio criminalmente colpito dai provvedimenti dissennati imposti dall’Unione Europea. Pensare che tocchi a Renzi di fare il pompiere è una speranza coltivata da quanti ambiscono a conservare per lungo tempo posti e privilegi. Bisogna vedere se il nuovo segretario del Pd sia disposto, dopo essere stato eletto con la promessa di fare piazza pulita della vecchia classe dirigente, a mettersi al servizio di questa stessa classe dirigente per garantirle la conservazione!

Disegno dei vegliardi di età e di testa

Non ha tutti i torti Matteo Renzi quando sostiene che la decisione della Consulta di eliminare il “Porcellum” è stata fatta per mettergli i bastoni tra le ruote. Se il suo intento era di diventare segretario del Partito Democratico per mandare a casa il Governo di Enrico Letta, provocare le elezioni anticipate e puntare a Palazzo Chigi con un ampio consenso parlamentare assicurato dal premio di maggioranza della vecchia legge elettorale, quell’intento è stato completamente sventato. Per andare a votare a marzo bisognerebbe varare una nuova legge elettorale nel giro di qualche settimana. E l’impresa appare assolutamente impossibile.

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha rilevato che prima di mettere mano al sostituto del Porcellum bisogna leggere le motivazioni della Corte Costituzionale, che non saranno note prima di un mese. E solo da qual momento, cioè da quando non sarà più possibile sciogliere le camere per andare al voto prima delle elezioni europee di maggio, si potrà mettere mano alla riforma elettorale. Questo significa che se si riuscisse a varare la nuova legge nei prossimi sei mesi, poi, magari dopo la fine del semestre di presidenza italiana dell’Ue , si potrebbe tornare a votare per eliminare l’anomalia di un Parlamento che è stato votato da una normativa anticostituzionale? Nient’affatto.

Perché in ballo non c’è solo la legge elettorale ma anche, come ha spiegato ed auspicato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la fine del bicameralismo perfetto. Cioè una riforma della Costituzione diretta o ad eliminare il Senato all’insegna della richiesta popolare di ridurre i costi della politica o a trovare una nuova funzione alla cosiddetta “Camera Alta”, per diversificarla da quella “Bassa” di Montecitorio, dove si dovrebbe concentrare l’attività politica dei rappresentanti del corpo elettorale. Ma una riforma della Costituzione si può fare in tempi brevi solo se la stragrande maggioranza del Parlamento è d’accordo nel realizzarla. Il ché è del tutto impossibile nella situazione di spezzettamento e di conflittualità che caratterizza l’attuale legislatura.

Se si vuole legare la nuova legge elettorale alla riforma del bicameralismo indicata da Capo dello Stato, quindi, non si può tornare a votare dopo la fine del semestre di presidenza italiana dell’Ue. E neppure nel 2015, come vanno sostenendo i difensori del Governo Letta. Bene che vada se ne parla nel 2016 o, addirittura, alla scadenza naturale della legislatura. Questa tempistica indica con chiarezza il progetto che c’è dietro la sentenza della Consulta ed anche i suoi astuti ispiratori. Cioè il progetto di congelare l’attuale Governo per fare in modo che il tempo impiegato a discutere sulle legge elettorale e le riforme costituzionali serva a logorare i nemici del ritorno al centrismo della Prima Repubblica tanto caro ai nostalgici di quell’epoca.

Cioè Renzi, che da segretario del Pd senza apparato e senza possibilità di candidatura alla premiership sarebbe destinato a fare la fine ingloriosa di tutti i suoi predecessori. Berlusconi, che relegato all’opposizione dovrebbe assistere al progressivo consolidamento degli alfaniani beneficiati dalla presenza governativa. Grillo, che nel giro di un anno potrebbe vedere spezzettato e disperso il suo scombiccherato Movimento Cinque Stelle formato da dilettanti allo sbaraglio. Piano perfetto, dunque, quello che come principale ispiratore sembra avere Giorgio Napolitano.

Ma con una doppia incognita. Che Renzi, Berlusconi e Grillo, cioè quelli che hanno i voti ed il consenso, possano trovare un accordo sulla nuova legge elettorale per andare a votare al più presto. Che il Paese non regga più un congelamento che nel frattempo produce paralisi, recessione e nuova povertà e si ribelli ai vegliardi d’età e di testa che lo vogliono far ripiombare nel passato.