Archivio mensile:gennaio 2014

Fiat, Elettrolux e il “Sistema Italia”

 

Il problema non è la Fiat che perde definitivamente la sua caratteristica nazionale e assume, altrettanto definitivamente, quella di una multinazionale. Il problema è il “Sistema Italia” che costringe le aziende a delocalizzarsi recidendo le radici che hanno nel Paese e spostandosi dove vi sono condizioni migliori per la loro sopravvivenza e per il loro futuro. Il caso Fiat, ormai Fca (Fiat Chrysler Automobiles, la sigla a suono rimarrà comunque familiare agli italiani), è spiegato perfettamente dal caso Electrolux.

Il gruppo svedese proprietario dell’azienda è pronto a chiudere almeno una delle due fabbriche italiane. E pone come condizione di un suo eventuale ripensamento il taglio di quasi il cinquanta per cento delle retribuzioni dei dipendenti, per portare il livello del costo del lavoro delle fabbriche italiane a quello delle fabbriche polacche. La forzatura degli svedesi è fin troppo evidente. Sembra far pensare che la causa della fuga delle aziende dall’Italia, Fiat in testa, sia l’alto costo del lavoro. E importa nel nostro Paese una ricetta, quella del taglio drastico degli stipendi in cambio del mantenimento dell’occupazione, che viene già sperimentata in altri Paesi. Ma il problema non è l’alto costo del lavoro.

Il problema continua ad essere quel “Sistema Italia” che è la ragione principale di quella lievitazione delle retribuzioni che rende le aziende italiane incapaci di competere con quelle poste fuori dei confini nazionali e le costringe ad una sorta di emigrazione di massa alla ricerca di condizioni più favorevoli. L’Electrolux, in sostanza, si comporta come la Fiat. E come tutte le altre aziende che chiudono le fabbriche in Italia per riaprirle dove vi è la possibilità di tornare competitivi sul mercato. E, come è già successo con la Fiat, è perfettamente inutile che le forze sindacali si battano per il mantenimento degli attuali livelli occupazionali e retributivi.

Cioè portino avanti una battaglia che sarà pure di principio ma che è persa in partenza. Molto più utile sarebbe se, come non hanno fatto con Fiat, usassero il caso Electrolux per affrontare il problema del “Sistema Italia” pretendendo dal Governo e dalle forze politiche le misure necessarie per eliminare le distorsioni che lo rendono la causa principale della desertificazione industriale del Paese. Ridurre il costo del lavoro è possibile. Ma solo a condizione che il peso e costo dell’operazione non ricadano sui lavoratori. E questa condizione diventa realizzabile solo se lo Stato riduce drasticamente il carico fiscale sulle aziende e sui loro dipendenti.

La questione non è solo del cosiddetto “cuneo” fiscale. È molto più ampia. Perché non può bastare la riduzione di un qualche punto della pressione fiscale sulle retribuzioni e sull’attività delle aziende. È indispensabile una manovra molto più forte ed incisiva che riporti il nostro Paese ad essere competitivo con quelli dove s’indirizza l’emigrazione industriale. E per finanziarla non c’è altra strada che il dimagrimento drastico dello Stato burocratico-assistenziale. Cioè del responsabile del fallimento del “Sistema Italia” e del conseguente declino dell’intera società italiana.

Nel momento in cui sembra partire un serio processo di riforme sarebbe opportuno puntare in alto. Perché abolire solo il Senato, le Province, il Cnel e limitarsi a rivedere le competenze tra Stato e Regioni? Perché non puntare direttamente ad una grande riforma delle autonomie che elimini le Regioni e realizzi l’autonomismo municipale indirizzando tutte le risorse ottenute per il taglio della pressione fiscale sui lavoratori e sulle aziende? I sindacati farebbero bene a comprendere che su questo terreno non si gioca solo la sopravvivenza del sistema industriale, ma anche il loro futuro!

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Legge elettorale, Grillo spara al Colle

Il salto di violenza negli insulti contro il Presidente della Repubblica da parte del Movimento Cinque Stelle non è il frutto di un semplice vuoto di pensiero. I grillini un pensiero ce l’hanno ed è fin troppo meditato e radicato. Si tratta della paura, questa sì boia, di essere le vittime predestinate della ormai quasi certa riforma elettorale. La loro preoccupazione non è affatto infondata. Per la semplice ragione che l’obiettivo dichiarato della nuova legge elettorale concordata da Renzi e Berlusconi è di riportare in uno schema bipolare il quadro tripolare uscito dalle ultime elezioni.

E poiché il terzo polo che i leader del Partito Democratico e di Forza Italia vorrebbero eliminare è rappresentato proprio dal Movimento Cinque Stelle, ecco spiegato l’assalto dei grillini al Capo dello Stato da loro considerato il promotore ed il garante della futura riforma elettorale bipolare. Non c’è da stupirsi, allora, se Grillo alza i toni e se i suoi parlamentari scendono nel turpiloquio nell’attaccare Giorgio Napolitano. Sono convinti che l’effetto principale della nuova legge elettorale sia la loro pelle. E si battono con ogni mezzo, anche e soprattutto quello di attaccare il Quirinale per far saltare l’intesa Renzi-Berlusconi e andare ad elezioni anticipate con il salvifico proporzionale disegnato dalla Corte Costituzionale, pur di non fare la fine del vaso di coccio tra quelli di ferro. In apparenza il loro atteggiamento è comprensibile.

Ma non è affatto giustificabile. E non solo perché comprendere non significa giustificare ma, soprattutto, perché la decisione di Renzi e di Berlusconi di tornare al sistema bipolare è dipesa dalla scelta del Movimento Cinque Stelle di non accettare la trasformazione del quadro tripolare uscito dalle ultime elezioni in un sistema politico formato da tre forze principali. I grillini si sono sempre posti come forza antisistema. Non solo quello bipolare ma anche quello segnato da più poli. Hanno sempre rifiutato di contaminarsi con ognuna delle altre forze presenti nel Parlamento, anche quelle minori e diverse dal Pd e da Forza Italia. E, anzi, hanno sempre cercato di usare le aule parlamentari per presentarsi all’opinione pubblica del Paese come l’unico movimento deciso a spazzare via la vecchia politica e il vecchio Parlamento.

Di fatto, quindi, sono loro, con la scelta antisistema, ad aver imposto il ritorno al bipolarismo. Tanto più che, proponendo come sistema alternativo a quello bipolare o tripolare una democrazia diretta assolutamente irrealizzabile , hanno reso obbligatorio il comportamento di Pd e Forza Italia e si sono scavati la fossa da soli. I loro insulti, quindi, non rappresentano una assenza di pensiero ma sono un urlo di impotenza. Che, però, può fare dei guasti. Non solo nell’alimentare un clima di tensione in un Paese pervaso da fortissime tensioni sociali che ancora non sfociano e dilagano sul terreno politico.

Ma anche nel creare ostacoli ed intralci ad un percorso di riforme che non ha come avversari solo i grillini antisistema, ma anche i nostalgici del vecchio proporzionalismo della Prima Repubblica. Attenzione, allora, perché dietro l’ariete Grillo possono far capolino i “cespugli” delle forze minori. Quelli che a parole si stracciano le vesti in difesa di Napolitano ma, sotto sotto, sperano che i grillini facciano il “lavoro sporco” di una frattura istituzionale destinata a sfociare in un voto anticipato che salverebbe anche la loro pelle!

Letta e il Governo del “vuoto a perdere”

Uno dei meriti riconosciuti ad Enrico Letta è di rappresentare con dignità ed efficacia il nostro Paese all’estero. Il Presidente del Consiglio parla benissimo le lingue, si presenta con sobrietà ed eleganza, conversa con amabile competenza, non alza mai il tono della voce ma non esita a farsi sentire quando c’è da difendere il ruolo e le scelte del nostro Paese.

Fino a quando alle spalle aveva un Governo formato da larghe intese, cioè da una coalizione molto ampia e rappresentativa, poteva far valere sui suoi interlocutori non solo le sue caratteristiche personali ma anche la forza assicuratagli dal sostegno politico di cui godeva in Italia. Quando le larghe intese si sono ridotte, ha bilanciato la riduzione della forza politica interna con la rivendicazione del merito di aver estromesso dal Governo e contribuito ad espellere dal Parlamento il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, su cui si appuntano fuori del nostro Paese ogni genere di pregiudizio, a partire da quelli dell’antitalianismo più stereotipato.

Ma adesso il problema di Enrico Letta è che nei suoi impegni internazionali rappresenta solo se stesso. È formalmente sempre il titolare del Governo italiano, ma i suoi interlocutori non possono non sapere di avere di fronte un Premier dimezzato, che rappresenta formalmente l’Italia ma è l’espressione di un Governo inesistente. Oggi alla Commissione Europea il nostro Presidente del Consiglio presenta l’Expò 2015 ed anticipa le direttrici che l’Italia intenderà seguire durante i sei mesi di presidenza dell’Unione. Ma lo fa sapendo benissimo che ad ascoltarlo ci sono persone assolutamente consapevoli che ben difficilmente sarà Enrico Letta ad inaugurare l’Expò del 2015 e che altrettanto difficilmente sarà lo stesso Letta e guidare l’Unione durante il semestre italiano.

Per la semplice ragione che il Governo da lui rappresentato è finito ormai da parecchie settimane in uno stato comatoso da cui non sembra in grado di poter minimamente uscire. Si dirà che i governanti stranieri sono abituati alla precarietà fisiologica dei governi italiani. Ma la considerazione è vera solo in parte. Perché il problema dell’attuale Esecutivo non è la sua precarietà, ma la sua sostanziale inesistenza. Una inesistenza che non si manifesta solo con la perdita di ministri o viceministri come De Girolamo o Fassina, con la delegittimazione per fuoco amico di Zanonato o con la paralisi da attacchi continui in cui si trovano la Cancellieri e gran parte degli altri componenti dell’Esecutivo.

Ma si mostra in tutta la sua gravità nell’inazione totale che sembra essere diventata il tratto caratterizzante di un Esecutivo che non può fare nulla perché non ha più nessuno alle sue spalle. Gli amici di Enrico Letta attribuiscono la colpa di questa condizione da “vuoto a perdere” a Matteo Renzi e alla sua intesa con Silvio Berlusconi sulle riforme. Il ché è sicuramente vero. Ma non per un fatto personale, ma per una ragione politica che il Presidente del Consiglio non vuole ancora recepire. Cioè che il Governo delle piccole intese non è adeguato ad un programma di grandi riforme. E che se non è in grado di ricambiare formula e tornare alle larghe intese non deve fare altro che uscire di scena. Con la stessa dignità che Letta mette in mostra a Bruxelles!

Letta/Alfano: Governo dei senza… “quid”

La scommessa di Angelino Alfano e degli scissionisti del Nuovo Centrodestra era di restare al Governo almeno fino al 2015 e svuotare progressivamente Forza Italia di tutti quelli decisi a non fare la fine dell’“ultima raffica” di un Berlusconi ormai condannato alla fine politica. Questa scommessa puntava sul presupposto che il “Porcellum” sarebbe stato cambiato e che al suo posto sarebbe venuta una legge elettorale a base proporzionalistica destinata a rendere perpetua la formula della coalizione tra un Partito Democratico, asse politico del Paese, ed i governativi del centrodestra divenuti essenziali per l’obiettivo della stabilità. Il ciclone bipolarista di Matteo Renzi ha mandato all’aria il presupposto su cui poggiava l’intera strategia alfaniana.

E l’intuizione di Berlusconi di non chiudersi all’opposizione e di rientrare in campo come indispensabile supporto della grande riforma istituzionale (legge elettorale bipolarista, abolizione del Senato e fine dell’autonomismo irresponsabile delle regioni) ha svuotato del tutto la scommessa del Nuovo Centrodestra. Al punto che mentre fino a qualche settimana fa si ipotizzava un flusso di transfughi da Forza Italia al partito alfaniano, oggi si prevede un flusso all’inverso da Ncd ed il partito berlusconiano. E non per qualche forma di pentimento postumo ma perché, nella prospettiva della grande riforma, l’essenzialità, cioè il ruolo determinante per il futuro politico del Paese, è tornato nelle mani di Silvio Berlusconi.

La conseguenza immediata della caduta nella polvere degli alfaniani e del ritorno sugli altari dei berlusconiani è l’indebolimento irreversibile del Governo delle striminzite intese. Le dimissioni di Nunzia De Girolamo ne sono la testimonianza più evidente. Il Governo perde pezzi, a partire dalla sua componente più debole rappresentata dal Nuovo Centrodestra. Ma soprattutto perde la sua funzione. Doveva resistere per creare le condizioni di una legge elettorale proporzionalistica destinata a perpetuare la sua formula. E ora che l’asse sulle riforme tra Renzi e Berlusconi mostra di non essere effimero, diventa al massimo uno strumento buono solo per l’ordinaria amministrazione in attesa del completamento della transizione verso il nuovo assetto istituzionale.

Per uscire dall’angolo in cui sono finiti, Enrico Letta e Angelino Alfano hanno solo tre strade. La prima è l’autoaffondamento per mandare all’aria il progetto riformatore ad andare ad elezioni anticipate con il sistema proporzionale disegnato dalla Corte Costituzionale. La seconda è tentare il rimpasto o un Letta-bis rinunciando ad ogni velleità di restaurazione proporzionalista e accettando di limitarsi a garantire una buona ordinaria amministrazione in attesa del completamento dell’iter riformatore.

La terza è ammettere di aver perso la partita e cercare di rientrare in gioco sfidando Renzi e Berlusconi a ritornare alle larghe intese per dare al progetto della grande riforma complessiva un Governo rappresentativo di tutte le forze impegnate nel cambiamento. Ma per seguire ognuna di queste tre strade ci vorrebbe non solo coraggio e fantasia ma anche il famoso “quid” del grande leader politico. Quello che né Letta né Alfano sembrano aver conseguito nel corso dell’ultimo anno!

Il Ruby 3 e il diritto di difesa dei cittadini

È difficile stabilire se le inchieste ed i processi a carico di Silvio Berlusconi rappresentino dei precedenti che spianano la strada a nuove forme di giurisdizione o se siano solo, grazie al grande rilievo mediatico che sempre assumono, lo specchio su cui si riflettono una serie di nuove tendenze già presenti nella realtà giudiziaria del Paese. È probabile che solo in futuro, quando le vicende degli ultimi vent’anni e del presente saranno diventate storia, si potrà stabilire se su questo terreno sia nato prima l’uovo o la gallina.

Per il momento bisogna accontentarsi di indicare ciò che emerge dall’ultima vicenda giudiziaria del Cavaliere. Che non è solo un atto dovuto come ha sottolineato il Procuratore Capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito dell’apertura dell’inchiesta per corruzione di testi e falsa testimonianza a carico di Berlusconi, dei suoi avvocati e di tutti i testimoni a favore della difesa nei processi Ruby 1 e Ruby 2. Ma è qualcosa di molto più importante e significativo. Che non riguarda solo le vicende personali dello stesso Berlusconi, degli avvocati Longo e Ghedini, delle olgettine, di Apicella e tutti gli altri indagati.

Ma che solleva una questione che riguarda indifferentemente tutti i cittadini: quella della tendenza crescente alla limitazione del diritto alla difesa attraverso il ricorso sistematico alle incriminazioni per falsa testimonianza. Il processo Ruby 3 diventerà sicuramente il terreno su cui i difensori di Berlusconi e di tutti i suoi testimoni a favore incriminati solleveranno la questione del limite al diritto di difesa posto dall’uso massiccio da parte dei magistrati giudicanti ed inquirenti degli stessi testimoni. Non ci vuole una particolare scienza nel cogliere il potere intimidatorio dell’“atto dovuto” a cui ha fatto riferimento, peraltro in maniera formalmente corretta, Bruti Liberati.

Quanti testimoni avranno la forza di confermare le loro deposizioni di fronte alla concreta prospettiva di subire pesanti condanne? E, al tempo stesso, quante ritrattazioni e correzioni potranno sfuggire al sospetto di essere state provocate non dall’amore per la verità ma dalla paura di sanzioni ingiustificate? Il clamore mediatico che inevitabilmente si determinerà attorno alla vicenda trasformerà la natura del Ruby 3. Non si discuterà più solo di una vicenda pruriginosa che riguarda le abitudini sessuali di un potente o di giustizia ad orologeria ai danni di un leader determinante per le sorti politiche del Paese.

Si aprirà una questione d’interesse generale come la sorte del diritto di difesa di tutti i cittadini. E questa inevitabile attenzione dell’opinione pubblica sul caso personale del Cavaliere farà scoprire che la tendenza a colpire il diritto di difesa non è una novità prodotta dal caso Berlusconi, ma un fenomeno ormai ampiamente diffuso dipendente dal progressivo processo di sacralizzazione della magistratura avvenuto negli ultimi due decenni. Le toghe sono state trasformate da amministratori di giustizia a depositari di verità.

Con il risultato che, come ai tempi dell’Inquisizione, la verità non può essere messa in discussione ma deve trionfare sempre e comunque. Anche a dispetto del diritto di difesa che, a causa della concezione sacrale della magistratura, diventa reato di eresia da perseguire ad ogni costo. Anche con la tendenza crescente al ricorso all’incriminazione per falsa testimonianza come strumento di intimidazione per la conversione alla verità espressa dal magistrato di turno!

La spaccatura del Pd e le elezioni anticipate

 

È difficile credere che il Partito Democratico possa superare indenne la fase politica aperta dal plebiscito che ha imposto alle Primarie Matteo Renzi alla segreteria del partito. La sensazione che non ce la possa fare non nasce solo dalle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza del partito o dall’ormai dichiarata intenzione della sinistra interna di trasformare in un Vietnam pieno di trappole e agguati il prossimo iter parlamentare del pacchetto riforme concordate da Renzi e Berlusconi. Non deriva nemmeno dall’agitazione che sembra aver colto i partiti minori della coalizione di Governo, in particolare da Scelta Civica pronta addirittura ad aprire la crisi pur di ottenere “rispetto” dal segretario del Pd.

E neppure dagli scontri sempre più frequenti tra renziani e avversari all’interno dei gruppi parlamentari di Camera e Senato e dalla clamorosa frattura tra la renziana presidente della Regione Friuli Venezia-Giulia Serracchiani e il ministro bersaniano Zanonato. Tutti questi contrasti si possono pure risolvere. Magari con sforzo, con difficoltà, con reciproci sacrifici. Ciò che non è invece assolutamente conciliabile e che appare del tutto irrisolvibile è la distanza siderale che ormai separa la maggioranza del partito che appoggiando Renzi ha compiuto una scelta irreversibile in favore del sistema maggioritario e la minoranza che non rimane solo ferma alle idee e alle posizioni della sinistra tradizionale, ma che rimane fedele al proporzionalismo della Prima Repubblica.

Si è detto più volte che questa separazione tra maggioritari e proporzionalisti è vecchia almeno di vent’anni. In fondo l’eterno duello tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni dipendeva proprio dal fatto che mentre il primo era per un proporzionale destinato a favorire l’egemonia del Pd attraverso le coalizioni governative formate dalla sinistra e dai “cespugli” del centro e delle destre minoritarie, il secondo era per la vocazione maggioritaria di una sinistra che non avrebbe dovuto mai contaminarsi con nessun soggetto proveniente dalla schieramento opposto. Lo schema di allora si ripete.

Con Renzi che riprende la posizione di Veltroni e Cuperlo che continua ad essere il fedelissimo dalemiano che è sempre stato. Ma oggi lo schema del passato si arricchisce di una nuova e più forte divergenza. Perché Veltroni e D’Alema si dividevano sull’alternativa maggioritario-proporzionale ma nutrivano la stessa concezione tradizionale del partito, fondata sul centralismo democratico del gruppo dirigente e non del leader. Viceversa, Renzi ed i suoi oppositori sono divisi non solo dalla scelta per il proporzionale o per il maggioritario, ma anche dalle opposte concezioni del partito del leader e del partito dei notabili.

Non a caso agli occhi dell’attuale minoranza il segretario viene considerato come una sorta di clone di sinistra di Berlusconi, mentre Renzi tratta i suoi oppositori interni come dei combattenti e reduci di guerre ormai finite da tempo. La spaccatura, allora, non è solo politica ed ideologica ma è anche antropologica. Le due componenti interne del Pd sono come etnie diverse che risiedono sullo stesso territorio e, nella difficoltà di trovare un modus vivendi, se lo contendono con le unghie e con i denti. La legge elettorale maggioritaria concordata da Renzi e Berlusconi dovrebbe scongiurare ogni ipotesi di scissione.

In caso di rottura la minoranza dovrebbe superare almeno la soglia del cinque per cento. Ma non è detto che la legge riesca a superare indenne il percorso parlamentare. E, soprattutto, non è affatto detto che la minoranza di oggi rinunci a tornare ad essere maggioranza in futuro. E non metta in conto la crisi di Governo e le elezioni anticipate per mandare a picco il segretario e ritornare alla leadership di gruppo. Forse il ritorno al voto potrebbe essere molto più vicino di quanto si pensava nei giorni scorsi! Ovviamente a causa dell’irrisolvibile travaglio interno del Pd!

Le preferenze ed i Parlamenti delle mafie

Non sarà il ritorno alle preferenze ad assicurare il diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Chi si ostina a combattere una battaglia di questo genere o è un ingenuo che poco conosce la storia politica del nostro Paese o è un ipocrita nostalgico del passato ma a cui la fine della Prima Repubblica non ha insegnato un bel nulla. Degli ingenui è inutile parlare. Queste “belle anime” si riempiono la bocca e la testa di frasi fatte sulla necessità di strappare ai capipartito il privilegio di scegliere gli eletti. Ma evitano accuratamente di informarsi che all’epoca delle preferenze erano sempre i capipartito a formare le liste dei candidati al Parlamento. E lo facevano nient’affatto decisi a lasciare liberi i singoli candidati di conquistare come meglio potevano il consenso popolare, ma scegliendo accuratamente i candidati su cui concentrare i voti dell’apparato di partito e quelli che sarebbero comunque stati eletti grazie ai voti delle lobby e dei gruppi di pressione. Se queste “belle anime” rinunciassero ai vuoti schematismi e approfondissero la conoscenza della storia politica dell’Italia Repubblicana si renderebbero conto che il Parlamento dei “nominati” esisteva anche al tempo delle preferenze. I Parlamenti del Pci (e poi del Pds e dei Ds) erano tutti, senza alcuna eccezione, scelti dal vertice del partito e votati disciplinatamente dai militanti. Quelli degli altri partiti o erano sostenuti dagli apparati o erano espressione di potentati locali o nazionali ben conosciuti e accettati dai capi delle singole formazioni politiche. Non erano le preferenze a dare la misura della democrazia. Era il sistema dei partiti che usava le preferenze per indirizzare a proprio piacimento la formale libertà di scelta dei cittadini. È difficile che gli ingenui si lascino convincere da queste argomentazioni (anche perché informarsi richiede impegno e non farlo consente di continuare a dispensare impunemente sciocchezze moralistiche). Ma forse l’argomento che va speso per smascherare gli ipocriti nostalgici del tempo passato può contribuire ad incrinare anche le loro ingenuità. Si tratta della considerazione secondo cui il ritorno alle preferenze, in una fase in cui i partiti tradizionali sono in crisi, diventerebbe un ulteriore e potentissimo incentivo al malaffare. Le elezioni con preferenze impongono ai singoli candidati spese personali direttamente proporzionali alla dimensione delle circoscrizioni ed alla ambizione dell’aspirante parlamentare. Qualcuno si chiede perché mai negli ultimi anni nel mirino della magistratura siano finiti in prevalenza i consiglieri delle regioni dove si vota con il sistema delle preferenze piuttosto che i deputati ed i senatori nazionali? Ed a nessuno viene in testa la preoccupazione che con lo spappolamento dei vecchi partiti il sistema delle preferenze trasformerebbe il Parlamento nella Camera dei ricattati dalle lobby, dai potentati legittimi di ogni genere e grado e, soprattutto, dalla mafia, dalla camorra e da ogni forma di criminalità organizzata? Tutto questo, ovviamente, non significa sostenere che il Parlamento dei nominati dai capipartito sia meglio del Parlamento scelto dalle mafie. Significa, più semplicemente, ricordare che passare dalla padella alla brace produce lo stesso risultato disastroso. E che se si vuole effettivamente trovare una soluzione al problema non c’è altra strada che quella dell’introduzione per legge delle regole democratiche all’interno dei partiti. Cioè fare ciò che i più illuminati dei Padri Costituenti avevano chiesto e che i più furbi dei capi-partiti di allora non fecero mai passare nella Carta Costituzionale!

Governo dei fallimenti Il grande paradosso

Difficile dare torto a Matteo Renzi quando, in riferimento al Governo di Enrico Letta, sostiene che gli ultimi dieci mesi sono stati fallimentari. A ripercorrere a ritroso il cammino dell’Esecutivo nato con le larghe intese e finito ad intese “striminzite” non c’è un solo momento in cui l’ombra del fallimento non lo abbia negativamente segnato. Non c’è un solo ministro che non sia incappato in qualche incidente di percorso. E, soprattutto, non c’è un solo provvedimento significativo che sia stato varato per ridurre in qualche misura le grandi difficoltà che la crisi provoca all’intera società italiana. Enrico Letta sostiene che almeno due grandi risultati positivi il suo Governo li abbia conseguiti.

Ha ricostruito sulla scena internazionale l’immagine del nostro Paese. E ha spaccato il centrodestra provocando la scissione del gruppo di Angelino Alfano e relegando all’opposizione un Silvio Berlusconi azzoppato dalle sentenze giudiziarie e dall’ostracismo politico. Ma Renzi contesta anche questi due risultati. Sostiene che il consenso ricavato da Letta sui mercati internazionali non vale il dissenso contro il Governo che ribolle nei mercati rionali. E, per quanto riguarda il Cavaliere, lascia intendere che la sua liquidazione ad opera dei neo-democristiani delle piccole intese non è andata affatto in porto visto che se si vuole realizzare qualsiasi riforma istituzionale si deve necessariamente passare attraverso un accordo con il semprevivo leader di Forza Italia.

In tempi normali nessun Governo avrebbe potuto resistere ad un giudizio così impietoso e bruciante del segretario del partito che rappresenta l’ottanta per cento della coalizione. Invece, a dispetto del disamore di Renzi e degli incidenti di percorso che, come il caso De Girolamo, punteggiano la vita dell’Esecutivo, Enrico Letta sembra destinato a rimanere ancora a Palazzo Chigi. A tenerlo inchiodato alla poltrona di Presidente del Consiglio concorrono tre fattori specifici.

In primo luogo la protezione di Giorgio Napolitano, che è il vero artefice dell’attuale equilibrio politico. In secondo luogo la sentenza della Corte Costituzionale che ha disegnato una legge fatta apposta a perpetuare le “striminzite intese” in caso di elezioni anticipate. E in terzo luogo la sensazione che Matteo Renzi abbia bisogno di un Governo fallimentare su cui scaricare la rabbia crescente nel Paese per avere il tempo necessario a dimostrare, con qualche riforma significativa, di essere l’unico in grado di portare il Paese fuori dalla crisi. In ultima analisi, dunque, il paradosso è che il più interessato alla sopravvivenza di un Governo inutile è proprio chi più lo critica e lo contesta.

Ma fino a quando questo paradosso riuscirà a mantenere la cosiddetta stabilità del quadro politico? Si dice spesso che in Italia non c’è nulla di più stabile della precarietà. Ma ad una condizione. Che chi la applica sappia sempre mantenere i nervi saldi. Quelli che in questi momenti di tensione sembrano cedere a tutti quelli consapevoli che, per loro, dopo la precarietà stabile non c’è alcun futuro politico.

Le divisioni del Pd penalizzano il Paese

È dall’inizio della legislatura che il Partito Democratico scarica sul Paese le conseguenze delle proprie contraddizioni interne. Il fenomeno è iniziato quando Pierluigi Bersani, pur non avendo vinto le elezioni, ha cercato per settimane e settimane di trovare un’intesa con il Movimento Cinque Stelle che gli garantisse di poter guidare il primo Governo a guida post-comunista scaturito dalle elezioni. Ha proseguito quando lo stesso Bersani ha continuato ad insistere nel suo progetto cercando di spaccare il movimento di Beppe Grillo e trovare scissionisti disposti a fare da gabello ad un Esecutivo targato Pd.

È andato avanti in occasione delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica quando i franchi tiratori interni del Pd hanno liquidato prima la candidatura di Franco Marini e poi quella di Romano Prodi, paralizzando il Parlamento e costringendo Giorgio Napolitano a rientrare al Quirinale per mettere una pezza al buco provocato dalle divergenze politiche dei suoi ex compagni. E la storia non si è esaurita con la rielezione di “Re Giorgio” e neppure con la nascita del Governo di larghe intese di Enrico Letta, ma è andata avanti per tutta la durata della campagna per le Primarie del Pd. Per mesi lo scontro tra Renzi e i suoi oppositori bersaniani e dalemiani ha fatto da alibi e da copertura all’incapacità di un Esecutivo troppo anomalo per essere funzionante.

E anche quando la scissione del Popolo della Libertà è sembrata aver dato maggiore compattezza alla coalizione governativa, ancora una volta le vicende interne del Pd, con la vittoria plebiscitaria di Renzi e la ritirata dei suoi oppositori, si è scaricata su un Governo composto in gran parte da mediocri e guidato andreottianamente da chi, però, non è Andreotti.

Ora il fenomeno si ripete in maniera addirittura clamorosa. La sollevazione dell’opposizione interna contro il segretario Matteo Renzi, accusato di voler trovare un accordo con il “pregiudicato” Berlusconi per fare una legge elettorale non solo d’impianto bipolare ma anche capace di assicurare allo stesso segretario il controllo dei futuri gruppi parlamentari del partito (sistema spagnolo ), torna ancora una volta a scaricare sul Paese le divisioni e le contraddizioni interne del Pd.

Può essere che Renzi, sulla spinta del successo nelle Primarie, riesca a superare l’ostacolo. Ma se mai dovesse riuscirci in questa fase, se lo ritroverà di fronte nuovamente nel futuro. Perché al fondo della grande divisione del Pd, quella che si riverbera tragicamente sul Paese, c’è la divergenza mai risolta tra i fautori del bipolarismo e della democrazia dell’alternanza ed i sostenitori dell’egemonia post-comunista da realizzare attraverso il ritorno ad un sistema politico simile a quello della Prima Repubblica ma ruotante attorno al Partito Democratico.

In fondo la divisione di oggi è la stessa che negli ultimi vent’anni ha alimentato il duello infinito tra Veltroni e D’Alema, con il primo deciso di portare avanti la propria visione del partito a vocazione maggioritaria all’interno di uno schema bipolare e bipartitico, ed il secondo tenacemente e testardamente fermo all’idea di un ritorno al proporzionalismo per fare del Pd, erede del Pci, la Democrazia Cristiana del terzo millennio. Queste dure posizioni, oggi rappresentante da Renzi e, dietro Cuperlo, dall’eterno D’Alema, non sono conciliabili. E le conseguenze di questa inconciliabilità sono destinate a scaricarsi sul Paese fino a quando non si verificherà una salvifica scissione!

Renzi-Letta: il ricorso del “Governo amico”

 

Matteo Renzi ha respinto senza esitazione il tentativo di Enrico Letta di coinvolgerlo nella gestione del Governo attraverso un rimpasto della compagine ministeriale segnata dall’ingresso di qualche esponente renziano. A parole il sindaco di Firenze ha sostenuto che il Governo viene percepito dall’opinione pubblica come un governo del Partito Democratico. E che, di conseguenza, il partito deve sostenere l’Esecutivo ed incalzarlo ad essere sempre più attivo ed efficace per non farsi ricadere addosso le conseguenze delle sue carenze. Ma nei fatti il secco “no” al rimpasto indica che Renzi intende tenere ben distinta la sorte del Governo da quella del partito.

Non solo perché al primo tocca il compito di gestire l’emergenza e la fase di transizione delle piccole intese ed al secondo spetta l’impresa di realizzare una serie di riforme, prima fra tutte quella elettorale, mai realizzate in passato. Ma soprattutto perché la fase discendente di un Governo fatalmente a termine riguarda Enrico Letta, mentre la fase ascendente di un partito dalla forte vocazione riformista che non si esaurisce nel breve periodo ma si proietta nel tempo spetta a se stesso. Volendo fare un paragone storico si potrebbe affermare che Renzi considera l’Esecutivo Letta un “Governo amico”.

Sull’esempio di come i capi democristiani del post-De Gasperi considerarono il Governo Pella, un monocolore segnato dalla presenza di tecnici. E che lo stesso Renzi, rispetto al Governo Letta, si pone nello stesso modo in cui Amintore Fanfani, portatore di un progetto di rinnovamento politico e generazionale della Dc, si pose nei confronti del Governo Pella. Può essere che il paragone possa non piacere a Renzi. Non fosse altro perché Fanfani era di Arezzo e lui è di Firenze. Ma, di sicuro, non può assolutamente essere gradito a Letta.

Perché se il fenomeno politico di oggi fosse simile a quello di allora, la sorte dell’attuale Presidente del Consiglio sarebbe quella di finire ai margini del processo di rinnovamento politico e di essere, pur essendo un cinquantenne, rottamato come capitò, malgrado le indiscusse capacità personali, a Pella. Può evitare l’attuale Premier che la storia si possa ripetere ai suoi danni? Per spezzare il ciclo del ricorso storico avrebbe come unica possibilità quella di potenziare al massimo il suo Esecutivo e ribaltare sul Pd lo schema renziano-fanfaniano del “Governo amico”. Ma per giocare la carta del “partito amico” Letta dovrebbe contare su una coalizione non solo coesa e compatta, ma anche caratterizzata dalla presenza di personaggi di massimo spessore e di grande capacità. Cioè su condizioni che al momento non esistono.

E che neppure potrebbero verificarsi visto che la proposta dei montiani di Scelta Civica di rinforzare il Governo nominando vicepresidenti del Consiglio i leader di tutti i partiti della coalizione è stata già bocciata da Renzi con il “no” al rimpasto. E servirebbe solo a rendere ancora sempre meno “amico” il Governo rispetto al partito del neo-fanfaniano Renzi. A Letta, allora, per sperare di cambiare il destino rimane solo il tentativo di allungare i tempi della transizione. Quella del passaggio dalla generazione degasperiana della Dc a quella fanfaniana-morotea durò buona parte degli anni Cinquanta.

A Letta basterebbe l’attuale legislatura. Ma da allora ad oggi i tempi dei processi politici si sono accelerati. E, soprattutto, il Pd non è la Dc unita dal collante cattolico e protetta dalla guerra fredda e dalla mancanza dell’alternanza democratica. Può essere, quindi, che la transizione sia molto più breve e che Renzi non abbia neppure bisogno di staccare la spina al “Governo amico”. Ancora qualche mese, in sostanza, per un finale inevitabile!