Archivio mensile:marzo 2014

L’interdizione del Cav. ed i calcoli sbagliati

I due anni di interdizione dai pubblici uffici confermati dalla Cassazione a Silvio Berlusconi non rappresentano la conclusione della parabola politica del Cavaliere. A pensarlo sono quanti hanno fatto dell’antiberlusconismo viscerale la loro ragione di vita e la loro professione. E, soprattutto, sono quanti contano di sfruttare il vuoto che la fuoriuscita dalla politica di Berlusconi determinerebbe per occuparne il posto senza problemi di sorta.

Ma il ragionamento degli uni e degli altri è sbagliato. Perché la Cassazione si è limitata a confermare una sentenza ingiusta in nome del motto caro ai giustizialisti nostrani del “fiat justitia et pereat Berlusconi”. Cioè ha decretato la fine giuridica dell’unico “mundus” verso cui pensano si debba rivolgere lo “jus”. Ma non ha affatto stabilito la fine politica del Cavaliere. Una fine che non può essere determinata sul terreno giudiziario, ma può avvenire solo sul terreno politico e solo in seguito al mutamento delle condizioni e dei rapporti di forza su cui si basa il ruolo pubblico di Berlusconi.

Nessuno esclude che l’impossibilità del leader di Forza Italia di candidarsi e di partecipare in forma diretta alla prossima campagna elettorale europea a causa delle prossime decisioni del Tribunale di Milano possa tradursi in un calo di voti per il suo partito. Potrebbe essere la normale e contingente conseguenza dell’azzoppamento per via giudiziaria. Ma come escludere anche l’ipotesi contraria? Cioè che in reazione all’evidente persecuzione giudiziaria l’elettorato di centrodestra possa fare quadrato attorno ad un partito segnato sempre dal nome del suo fondatore?

In ogni caso, chi pensa di raccogliere gli eventuali voti in uscita da Forza Italia fa male i suoi conti. Gli elettori di Berlusconi possono finire nell’astensione, magari nella protesta grillina o addirittura farsi catturare in minima parte dall’illusione renziana. Ma difficilmente potrebbero finire ai centristi opportunisti o agli emuli di Fini. Ma, soprattutto, chi pensa di approfittare del voto europeo per sfruttare a proprio vantaggio l’azzoppamento giudiziario del leader di Forza Italia, non tiene conto del fatto che nell’attuale situazione politica nessuno può togliere a Berlusconi ed al suo partito il ruolo di partner indispensabile di Matteo Renzi per le grandi riforme da realizzare, pena il tracollo definitivo del Paese. Un ruolo del genere non può essere azzerato dai giustizialisti ottusi, dai magistrati politicizzati o dagli ex amici opportunisti ed irriconoscenti. Può cambiare solo se Berlusconi e Forza Italia decidono di farlo o se, in seguito a nuove elezioni politiche, il futuro Parlamento dovesse essere caratterizzato da un sostanziale mutamento degli attuali rapporti di forza tra i grandi partiti.

Certo, può anche essere che, come si augurano i suoi nemici, Forza Italia si sfaldi. Ma chi è quel deputato o senatore oggi berlusconiano che rinuncerebbe al ruolo determinante di oggi (e alla candidatura riconfermata alle prossime elezioni) in cambio di un salto nel vuoto in partiti dove la ricandidatura non sarebbe affatto sicura? La Cassazione, quindi, non ha posto fine alla storia politica di Berlusconi. L’ha semplicemente cambiata, confermando che il leader del centrodestra d’ora in avanti sarà un leader extraparlamentare. Come Beppe Grillo ed i tanti altri che non hanno bisogno di stare in Parlamento per incidere sulla politica nazionale. Essere un leader extraparlamentare può essere un difetto agli occhi dei conformisti. Ma può anche essere un’opportunità se chi lo è, come Berlusconi, può presentarsi al Paese ed ai propri elettori come la vittima di una persecuzione che va avanti da vent’anni e che ora ha raggiunto il suo apice più ingiusto e pesante.

Nessuno sottovaluti questo particolare. Perché giusto al suo livello massimo il giustizialismo antiberlusconiano non può che rifluire. E lasciare lo spazio ad un processo inverso ancora tutto da sviluppare. Quello dei processi ai processatori!

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Renzi; tanti nemici e un solo puntello

Se fosse vero il motto mussoliniano del “molti nemici, molto onore” è certo che Matteo Renzi sarebbe l’uomo più onorato d’Italia. Nel giro di un solo mese i suoi avversari hanno subìto una moltiplicazione più rapida di quella dei famosi pani e pesci. Alla fine di dicembre era osannato e riverito dai media, dalle forze sociali, dagli intellettuali, dai burocrati, dagli imprenditori emergenti e da quelli calanti, dai prelati di Curia e da quelli di strada. Insomma, per la stragrande maggioranza degli italiani era l’Uomo della Provvidenza a cui si chiedeva il miracolo di rimettere in piedi un Paese da troppo tempo messo in ginocchio dalla paralisi della politica e dalla crisi economica galoppante.

A distanza di poche settimane, i media che lo continuano a sostenere si contano sulle punte di una sola mano, le forze sociali lo attaccano congiuntamente, si promettono scioperi e critiche in continuazione, gli intellettuali che dovevano guarnire con i loro nomi prestigiosi il suo Governo si sono ritirati in gruppo compatto, i burocrati gli hanno dichiarato guerra in nome della propria legittima difesa, gli imprenditori emergenti e quelli calanti si sono raffreddati ed i prelati di Curia e di strada si sono rinserrati su Francesco nel sospetto che Matteo non abbia alcuna possibilità di fare miracoli di sorta.

In questo fronte di nemici ampio ed articolato la lancia di punta è, paradossalmente, rappresentata dalla “quinta colonna” piazzata all’interno del Partito Democratico. L’iter dell’Italicum alla Camera ha reso evidente che il punto di maggiore debolezza del fronte renziano è costituito dai gruppi parlamentari del proprio partito, formati in gran parte dai sostenitori di quel notabilato post-comunista e post-dossettiano che lo ha sempre avversato e considerato un alieno da rinviare il più presto possibile nello spazio siderale.

Il buffo della faccenda è che, in questo panorama di nemici vecchi e nuovi che puntano a logorarlo progressivamente per rimandarlo a cercare i pesci nell’Arno, l’unico sostegno su cui Renzi può contare è rappresentato dal suo oppositore naturale e dichiarato: Silvio Berlusconi. Se oggi il Presidente del Consiglio continua a rimanere a Palazzo Chigi e può permettersi di continuare a promettere miracoli a destra ed a manca lo deve al Cavaliere. Che non ha tradito il patto sulle riforme e che ha dimostrato con i fatti di essere deciso a sostenere il grande tentativo di cambiare le istituzioni del Paese per impedirne il definitivo crollo. Ma fino a quando potrà andare avanti il sostegno di un centrodestra a cui il combinato disposto di una magistratura faziosa e di una sinistra ottusamente feroce si accinge a mettere temporaneamente fuori gioco il leader?

Il prossimo futuro di Matteo Renzi ruota attorno a questo interrogativo. Perché, se è vero che fino ad ora il Cavaliere ha tenuto salda la barra di Forza Italia sul sostegno alle riforme, non è affatto detto che possa o voglia continuare a farlo dopo il 10 aprile. E non perché un leader posto agli arresti domiciliari o umiliato ai servizi sociali non possa o non voglia esercitare comunque il proprio ruolo politico. Ma perché è difficile immaginare, visto che non ci sono precedenti in materia, che l’esclusione dalla scena politica per via giudiziaria dell’unico puntello indispensabile per la governabilità e la stabilità possa rimanere senza conseguenze di alcun genere.

Se dunque Matteo Renzi vuole reggere all’offensiva dei suoi nemici interni ed esterni deve pensare attentamente a come non farsi mancare l’unica stampella a cui si appoggia per non cadere. Magari andando a chiedere lumi ed appoggio a Giorgio Napolitano. Chi ha inventato dalla sera alla mattina Mario Monti senatore a vita per salvare la stabilità del Paese, dovrebbe sapere come salvare di nuovo la stabilità!

La partenza sbagliata di Matteo Renzi

 

È sicuramente troppo presto per formulare un qualche giudizio sul Governo di Matteo Renzi e sulla sua possibilità di andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura. Di fatto non si sa ancora nulla dei progetti e delle iniziative che l’Esecutivo intende portare avanti per far uscire il Paese dalla più grande crisi del secondo dopoguerra. Il famoso “Jobs Act” all’italiana è ancora un oggetto sconosciuto. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non ha spiccicato una sola parola sui propri intendimenti e sulle linee di politica economica che intenderà seguire. E lo stesso vale per qualsiasi altro aspetto dell’attività programmatica che il Governo vorrebbe realizzare per perseguire tutti i fantasmagorici obiettivi, dalla ripresa alle riforme costituzionali, che si è posto come ineludibile traguardo.

Ma, in attesa del verbo illuminante, non si può fare a meno di rilevare che l’impressione lasciata dai primi giorni di attività governativa non sia stata incoraggiante. Anzi, sia stata decisamente inquietante. Non tanto per il merito delle questioni che hanno suscitato questa impressione. Quanto per il modo scelto da Renzi di uscirne fuori.

Il caso dei sottosegretari contestati, da Antonio Gentile a Francesca Barracciu, è significativo. Che la nomina di due personaggi, entrati a torto od a ragione nel circuito mediatico-giudiziario, potesse suscitare reazioni negative era scontato. Gli oppositori di Renzi all’interno del Partito Democratico non aspettavano altro per avere pretesti spendibili per le loro critiche. Che, puntualmente, sono arrivate. Ci si attendeva, però, una adeguata risposta da parte del Presidente del Consiglio. Che, invece, non è affatto arrivata. Per Gentile il Capo del Governo ha fatto sapere che la questione riguarda Angelino Alfano. Per la Barracciu ha lasciato intendere che si è trattato di una compensazione per la mancata candidatura della neo sottosegretaria alla Cultura alla presidenza della Regione Sardegna.

Renzi, in sostanza, non ha fornito una qualche spiegazione “alta” delle sue scelte. Ad esempio, che il Governo intende tenere una linea garantista su vicende del genere piuttosto che cedere alle pressioni giustizialiste. Ha puntato sulle motivazioni di bassa cucina politica. E lo stesso comportamento ha adottato a proposito delle voci che lo vorrebbero “diretta” emanazione di alcuni poteri forti. Accusa che, dopo l’avvisaglia della conversazione telefonica con il falso Nichi Vendola di Fabrizio Barca, ha trovato un nuovo avallo nella vicenda delle Sorgenia di Carlo De Benedetti. Anche in questo caso, infatti, Renzi non ha fornito giustificazioni “forti”. Anzi, non ha fornito alcuna giustificazione. Lasciando così intendere che il Governo non ha solo una vocazione naturale al Manuale Cencelli, ma anche alle forme di attenzione e favoritismo nei confronti degli “amici”.

Terzo, ultimo (almeno per ora) ma più grave caso è poi quello della partecipazione al congresso del Partito Socialista Europeo. Occasione che il nuovo Presidente del Consiglio avrebbe dovuto sfruttare per fornire una qualche anticipazione sul tipo di nuovo rapporto che vorrebbe stabilire con l’Europa, ma in cui Renzi ha dimostrato di non avere alcuna innovazione da proporre rispetto alla tradizionale tendenza dei politici italiani di delegare all’esterno le questioni europee per potersi dedicare esclusivamente alle questioni interne.

Il Presidente del Consiglio, in sostanza, anche se ha fatto aderire il Pd al Pse e ha votato per la candidatura Schulz alla Commissione Ue, si è comportato come i vecchi democristiani post-degasperiani ben felici di poter delegare la politica estera italiana all’esterno per meglio occuparsi dei loro interessi interni. Il ché , per l’uomo dell’innovazione, che non a caso ha mandato una sconosciuta alla Farnesina, non è stato un bel modo per esordire sulla scena internazionale.