Archivio mensile:aprile 2014

Il Renzi-pensiero: un bipolarismo fasullo

Se il bipolarismo si realizza tra una forza di sistema ed una che il sistema intende eliminarlo, l’alternanza democratica salta e con essa viene eliminato il bipolarismo stesso. O meglio, si crea un falso bipolarismo in cui la principale forza di sistema diventa il polo governativo che, non avendo alternative, diventa irreversibile. Al tempo stesso, sulla forza antisistema scatta una non dichiarata ma rigidissimaconventio ad excludendum che paralizza la dialettica democratica e crea le condizioni per l’avvento di un regime autoritario.

Questa considerazione non è affatto astratta. Basta calarla nella situazione politica del momento, segnata da riforme annunciate come l’Italicum per la sola Camera e l’abolizione del Senato elettivo ed in grado di decidere la sorte del Governo. In questo modo è facile capire, alla luce del probabile esito delle elezioni europee, che si tratta di una considerazione fin troppo concreta.

Se lo scenario politico futuro indicato dalle Europee fosse quello di un bipolarismo segnato dalla contrapposizione tra il blocco governativo renziano e la protesta popolare coagulata da Beppe Grillo, infatti, l’effetto che l’Italicum applicato alla Camera e la trasformazione del Senato in un’assemblea puramente consultiva determinerebbe sulla politica nazionale, sarebbe esattamente quello indicato dalla considerazione apparentemente astratta.

Nell’ipotesi più benigna il quadro politico diventerebbe la copia conforme del sistema degli anni Cinquanta, con il Partito Democratico ed i suoi “cespugli” destinati ad assumere il ruolo della vecchia Dc (centrista e degasperiana) e con il Movimento Cinque Stelle trasformato nella replica del vecchio Pci antisistema (marchiato e bloccato da una nuova conventio ad excludendum). Nell’ipotesi più inquietante e pericolosa il blocco governativo renziano, trasformato nell’unica possibile forza governativa del Paese, visto che il centrodestra frantumato sarebbe marginalizzato come le destre del secondo dopoguerra, si trasformerebbe in un regime liberato dall’impaccio del bicameralismo e reso imbattibile dal maggioritario nell’unica Assemblea legislativa rimasta in piedi dopo le riforme. Anche questo un pericolo astratto ? Nient’affatto. Per la semplice ragione che una volta sbarazzatosi di Silvio Berlusconi e paralizzato Beppe Grillo, l’attuale Presidente del Consiglio, al quale di sicuro non manca la vocazione all’onnipotenza leaderistica, troverebbe fin troppo facile trovare nuove intese con quella parte del Pd che non ha mai dimenticato la propria tendenza storica a farsi regime.

Se questa è la preoccupazione che ha mosso Berlusconi a rimettere in discussione il patto del Nazareno, non si può non condividere l’iniziativa del Cavaliere. Il rischio che le riforme nella versione renziana servano solo a creare le condizioni per un inamovibile strapotere da regalare a Matteo Renzi e al Pd è fin troppo evidente. Le riforme sono assolutamente indispensabili. Ma solo quelle che possono semplificare e migliorare l’assetto istituzionale del Paese. Non quelle che, magari senza calcolo ma solo per frettoloso semplicismo, potrebbero creare le condizioni per una svolta autoritaria nel nostro Paese.

Un pericolo del genere non è affatto lontano. In ogni fase di grave crisi economica e politica scatta inevitabilmente la tendenza a risolvere il problema ricorrendo ad una qualche scorciatoia autoritaria. Ora la crisi c’è ormai da troppi anni e non mancano neppure le spinte alle soluzioni forti. Le riforme, allora, che pure sono indispensabili, vanno realizzate con grande accortezza. Tenendo sempre conto che un sistema più è bipolare più ha bisogno di pesi e contrappesi per evitare il rischio di derive autoritarie.

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Giustizia, riforma e silenzio del Cav

Il buon senso ha prevalso sul fondamentalismo. Non dei magistrati di Milano, ma dei gruppi giustizialisti e dei loro media di riferimento. Così Silvio Berlusconi non sarà relegato ad arresti domiciliari che non sarebbero stati giustificati in alcun modo, ma è stato assegnato ai servizi sociali con un margine di libertà necessario per svolgere la propria attività politica. Non si tratterà di libertà piena. In quanto nei prossimi otto mesi non potrà occuparsi del tema della giustizia ingiusta che lo ha perseguitato per vent’anni di fila fino a condannarlo per un reato di cui si è sempre dichiarato innocente. Questa limitazione è oggettivamente singolare. Perché la valutazione se il divieto di diffamare la magistratura viene lasciato al giudice di sorveglianza al quale viene concessa la facoltà non solo di valutare se una manifestazione di opinione costituisce o meno un reato ma anche, in caso di valutazione positiva, di comminare la pena degli arresti domiciliari.

Il ché la dice lunga sulla certezza del diritto nel nostro Paese. Ma, a parte ogni considerazione sulla bizzarria di una circostanza del genere e sul fatto che in questo modo si stabilisce surrettiziamente il principio della non criticabilità assoluta della magistratura (il ché equivale a stabilire il principio della sacrale infallibilità della stessa), la limitazione imposta al leader di Forza Italia contiene una conseguenza sicuramente positiva. Il silenzio imposto a Berlusconi sul tema della giustizia fa automaticamente cadere la tesi per vent’anni di seguito sostenuta dai nemici di ogni riforma del sistema giudiziario secondo cui non si sarebbe potuto neppure parlare di riforma della giustizia fino a quando il Cavaliere fosse rimasto in campo.

Ma adesso che Berlusconi, pur rimanendo in campo, viene impedito di interloquire sul tema della giustizia, se ne può finalmente parlare della prima emergenza che affligge da fin troppo tempo il Paese? Il silenzio imposto al leader del centrodestra su tale questione riporta automaticamente il tema della riforma della giustizia al centro della scena politica nazionale. Ora non solo se ne può parlare visto che il principale interessato è diventato un convitato di pietra, ma si deva anche affrontare con la massima energia possibile. A questa prima conseguenza se ne aggiunge una seconda altrettanto importante. Il bavaglio posto a Berlusconi non comporta affatto un analogo bavaglio a chi la pensa come lui o a chi condivide la inderogabile esigenza di porre mano alla riforma della giustizia. Al contrario, il libera tutto imposto dai magistrati di Milano consente a costoro di discutere apertamente del problema senza farsi condizionare da quello che i loro avversari hanno sempre accusato essere un conflitto d’interessi.

E, soprattutto, mette i fautori della riforma nella felice condizione di non parlare in nome e per conto del proprio leader e delle sue ragioni, ma di interpretare le volontà, gli interessi e le richieste di quella grande parte dell’opinione pubblica italiana che si sente vittima delle infinite manifestazioni di malagiustizia. Il silenzio imposto a Berlusconi, in altri termini, costituisce l’occasione di affrontare finalmente un tabù durato due decenni. Ma rappresenta anche una cartina di tornasole destinata a stabilire senza dubbi di sorta chi crede in buona fede nell’esigenza di riformare il sistema giudiziario per salvare la giustizia in Italia e chi vuole perpetuare all’infinito la malagiustizia, perché in questo modo difende e propri privilegi.

Parlantina e il nulla della conservazione

Non c’è mai stata una campagna elettorale che non sia stata preceduta da una qualche manovra illusoria da parte dei Governi in carica per favorire la tenuta del consenso delle forze politiche al potere. Nell’Italia repubblicana è sempre stato così. E anche in quella sabauda e poi sabaudo-fascista è stata la stessa cosa.

Non c’è da scandalizzarsi, allora, se anche nella fase di passaggio tra la Seconda e la Terza Repubblica segnata dalla nascita del Governo di Matteo Renzi la vigilia di una campagna elettorale, quella per le elezioni europee del 25 maggio, l’Esecutivo abbia dato vita alla sua brava operazione di stampo elettoralistico per fare in modo che il Presidente del Consiglio ottenga dalle urne per il Parlamento di Strasburgo quell’investitura popolare che non ha ancora conseguito nelle elezioni politiche domestiche.

Il Def, cioè il Documento di Economia e Finanza presentato e approvato dal Consiglio dei Ministri, va visto in questa luce. Senza scandalismi eccessivi, perché chiaramente condizionato dall’imminenza di una competizione elettorale di grande importanza per il Premier in carica. Ma anche nella consapevolezza che sotto il vestito illusorio di dati e cifre presentati dai media compiacenti e asserviti come la panacea dei mali nazionali non c’è ancora un bel nulla, al di fuori di qualche sforbiciatina ad una spesa pubblica che non si vuole aggredire perché non si può farlo.

Per spiegare la ragione per cui l’aggressione al sistema burocratico-assistenziale che pesa come un macigno insopportabile sull’economia nazionale bisogna ritornare sempre alla questione elettorale. Renzi non è un alieno venuto da Marte a governare il Paese, ma è il segretario del Partito Democratico, erede diretto di quelle forze politiche che nel corso degli ultimi decenni hanno, più delle altre, fondato le proprie fortune sulla costruzione dello stato burocratico, assistenziale e clientelare responsabile della crisi attuale. In questa veste il giovane Presidente del Consiglio ha sicuramente rottamato una parte della vecchia classe dirigente del Pd. Ma non può e non ha alcuna intenzione di intaccare la forza del proprio partito aggredendo la base sociale, cioè l’area del consenso, del partito stesso. Una base sociale che è formata nella stragrande maggioranza dei casi da pensionati e dipendenti delle infinite articolazioni del sistema pubblico.

Non è un caso che tutte le riforme fino ad ora preannunciate da Renzi sfiorino appena lo stato burocratico-assistenziale senza affondare il bisturi nelle grandi escrescenze tumorali che minacciano di uccidere l’economia italiana. L’esempio della riforma delle Province è illuminante. Il nome è stato cancellato insieme all’elezione dei rappresentanti del territorio (il famoso risparmio di tremila politici), ma gli apparati sono rimasti intatti e destinati a perpetuare nel tempo.

Renzi è abilissimo nel presentare se stesso come l’artefice del grande cambiamento. Ma, in attesa di questa promessa innovazione, si sta preoccupando solo della propria campagna elettorale. I più ottimisti sperano che una volta ottenuta quell’investitura popolare che gli manca possa e sappia effettivamente dare corpo alle tante promesse elargite a raffica. Ma il sospetto che sotto la parlantina giovanilistica non ci sia nient’altro che l’ambizione personale incomincia a circolare con insistenza. E in politica, si sa, molto spesso il sospetto è l’anticamera della verità.

Renzi, da speranza a… pataccaro

Ego te baptizo piscem. Sul terreno delle riforme Matteo Renzi sembra aver deciso di imitare i vescovi medioevali, che per non far infrangere ai propri fedeli il precetto di non mangiare la carne il venerdì ribattezzavano pesce qualsiasi tipo di cibo fosse rimasto per l’alimentazione popolare. Così il Presidente del Consiglio, travestito per l’occasione da vescovo pratico (ma anche imbroglione), ha ribattezzato come abolizione della Province un provvedimento che di fatto mantiene in piedi l’intera ossatura di base del vecchio ordinamento, eliminando solo i ludi cartacei per i presidenti ed i consiglieri provinciali. E si accinge a replicare l’operazione proponendo una riforma del Senato che cancella gli eletti, ma mantiene in piedi l’intero apparato burocratico sviluppatosi a dismisura nel secondo dopoguerra dentro e attorno a Palazzo Madama.

Intendiamoci, l’idea di eliminare il bicameralismo perfetto è sacrosanta. E trova d’accordo la stragrande maggioranza dei costituzionalisti e degli esponenti di tute le forze politiche. Ma sostituire quella che nella testa dei Padri Costituenti doveva essere la Camera Alta mutuata dal Senato di nomina regia dello Statuto Albertino con una Camera delle Autonomie non meglio identificate, lasciando sostanzialmente inalterata la struttura retrostante dell’attuale Senato, è un imbroglio simile a quello realizzato con le Province.

Si dirà che Renzi vuole andare di corsa sul terreno delle riforme e che per correre non può soffermarsi sui dettagli. Ma nel caso delle riforme istituzionali i cosiddetti dettagli sono la sostanza. E se si decide l’abolizione delle Province lasciando immutato il vecchio apparato e si abolisce il bicameralismo limitandosi a cambiare nome ad un Senato che conserva la struttura preesistente cambiando solo i frequentatori dell’Aula, non si fanno riforme ma solo finzione. Naturalmente nessuno può ignorare che l’abolizione nuda e cruda di Province e Senato comporterebbe la messa in libertà di migliaia e migliaia di dipendenti pubblici con la conseguente nascita di un problema sociale difficilmente risolvibile. Questa consapevolezza può giustificare un programma di riforme articolato nei tempi necessari per ammortizzare il problema sociale del taglio dei dipendenti delle strutture statali considerate in eccesso. Non giustifica, invece, la patacca di riforme che non sono tali ma sono solo delle operazioni di pura e semplice mistificazione politica.

Il rischio che Renzi passi da speranza riformista a semplice pataccaro non è affatto campato in aria. Il Premier è entrato ormai nella campagna elettorale per le Europee e non può fare a meno di usare il tema delle riforme e la velocità della loro realizzazione come cavallo di battaglia della propria propaganda. Il suo obiettivo è di far superare la quota del 30 per cento al proprio partito. Nella convinzione che sulla scia del successo elettorale sarà più facile nascondere le patacche rifilate agli elettori e all’intero Paese.

Ma le riforme che vengono realizzate solo a fini elettorali contingenti si rivelano rapidamente per quello che sono. Cioè dei pasticci ridicoli e devastanti. L’esempio della riforma del Titolo V realizzata dal centrosinistra nell’assurda speranza di conquistare i voti dei leghisti ed evitare una dolorosa sconfitta elettorale, è fin troppo indicativa. È vero che l’opinione pubblica del Paese ci ha messo una decina di anni per capire che razza di castroneria la sinistra avesse compiuto con quella falsa riforma. Ma da allora ad oggi i tempi sono cambiati. E la sensibilità popolare agli imbrogli è cresciuta ed è diventata molto più rapida. È bene, quindi, che Renzi stia molto attento. Da speranza a pataccaro il passo può essere brevissimo!