Renzi, da speranza a… pataccaro

Ego te baptizo piscem. Sul terreno delle riforme Matteo Renzi sembra aver deciso di imitare i vescovi medioevali, che per non far infrangere ai propri fedeli il precetto di non mangiare la carne il venerdì ribattezzavano pesce qualsiasi tipo di cibo fosse rimasto per l’alimentazione popolare. Così il Presidente del Consiglio, travestito per l’occasione da vescovo pratico (ma anche imbroglione), ha ribattezzato come abolizione della Province un provvedimento che di fatto mantiene in piedi l’intera ossatura di base del vecchio ordinamento, eliminando solo i ludi cartacei per i presidenti ed i consiglieri provinciali. E si accinge a replicare l’operazione proponendo una riforma del Senato che cancella gli eletti, ma mantiene in piedi l’intero apparato burocratico sviluppatosi a dismisura nel secondo dopoguerra dentro e attorno a Palazzo Madama.

Intendiamoci, l’idea di eliminare il bicameralismo perfetto è sacrosanta. E trova d’accordo la stragrande maggioranza dei costituzionalisti e degli esponenti di tute le forze politiche. Ma sostituire quella che nella testa dei Padri Costituenti doveva essere la Camera Alta mutuata dal Senato di nomina regia dello Statuto Albertino con una Camera delle Autonomie non meglio identificate, lasciando sostanzialmente inalterata la struttura retrostante dell’attuale Senato, è un imbroglio simile a quello realizzato con le Province.

Si dirà che Renzi vuole andare di corsa sul terreno delle riforme e che per correre non può soffermarsi sui dettagli. Ma nel caso delle riforme istituzionali i cosiddetti dettagli sono la sostanza. E se si decide l’abolizione delle Province lasciando immutato il vecchio apparato e si abolisce il bicameralismo limitandosi a cambiare nome ad un Senato che conserva la struttura preesistente cambiando solo i frequentatori dell’Aula, non si fanno riforme ma solo finzione. Naturalmente nessuno può ignorare che l’abolizione nuda e cruda di Province e Senato comporterebbe la messa in libertà di migliaia e migliaia di dipendenti pubblici con la conseguente nascita di un problema sociale difficilmente risolvibile. Questa consapevolezza può giustificare un programma di riforme articolato nei tempi necessari per ammortizzare il problema sociale del taglio dei dipendenti delle strutture statali considerate in eccesso. Non giustifica, invece, la patacca di riforme che non sono tali ma sono solo delle operazioni di pura e semplice mistificazione politica.

Il rischio che Renzi passi da speranza riformista a semplice pataccaro non è affatto campato in aria. Il Premier è entrato ormai nella campagna elettorale per le Europee e non può fare a meno di usare il tema delle riforme e la velocità della loro realizzazione come cavallo di battaglia della propria propaganda. Il suo obiettivo è di far superare la quota del 30 per cento al proprio partito. Nella convinzione che sulla scia del successo elettorale sarà più facile nascondere le patacche rifilate agli elettori e all’intero Paese.

Ma le riforme che vengono realizzate solo a fini elettorali contingenti si rivelano rapidamente per quello che sono. Cioè dei pasticci ridicoli e devastanti. L’esempio della riforma del Titolo V realizzata dal centrosinistra nell’assurda speranza di conquistare i voti dei leghisti ed evitare una dolorosa sconfitta elettorale, è fin troppo indicativa. È vero che l’opinione pubblica del Paese ci ha messo una decina di anni per capire che razza di castroneria la sinistra avesse compiuto con quella falsa riforma. Ma da allora ad oggi i tempi sono cambiati. E la sensibilità popolare agli imbrogli è cresciuta ed è diventata molto più rapida. È bene, quindi, che Renzi stia molto attento. Da speranza a pataccaro il passo può essere brevissimo!

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