Giustizia, riforma e silenzio del Cav

Il buon senso ha prevalso sul fondamentalismo. Non dei magistrati di Milano, ma dei gruppi giustizialisti e dei loro media di riferimento. Così Silvio Berlusconi non sarà relegato ad arresti domiciliari che non sarebbero stati giustificati in alcun modo, ma è stato assegnato ai servizi sociali con un margine di libertà necessario per svolgere la propria attività politica. Non si tratterà di libertà piena. In quanto nei prossimi otto mesi non potrà occuparsi del tema della giustizia ingiusta che lo ha perseguitato per vent’anni di fila fino a condannarlo per un reato di cui si è sempre dichiarato innocente. Questa limitazione è oggettivamente singolare. Perché la valutazione se il divieto di diffamare la magistratura viene lasciato al giudice di sorveglianza al quale viene concessa la facoltà non solo di valutare se una manifestazione di opinione costituisce o meno un reato ma anche, in caso di valutazione positiva, di comminare la pena degli arresti domiciliari.

Il ché la dice lunga sulla certezza del diritto nel nostro Paese. Ma, a parte ogni considerazione sulla bizzarria di una circostanza del genere e sul fatto che in questo modo si stabilisce surrettiziamente il principio della non criticabilità assoluta della magistratura (il ché equivale a stabilire il principio della sacrale infallibilità della stessa), la limitazione imposta al leader di Forza Italia contiene una conseguenza sicuramente positiva. Il silenzio imposto a Berlusconi sul tema della giustizia fa automaticamente cadere la tesi per vent’anni di seguito sostenuta dai nemici di ogni riforma del sistema giudiziario secondo cui non si sarebbe potuto neppure parlare di riforma della giustizia fino a quando il Cavaliere fosse rimasto in campo.

Ma adesso che Berlusconi, pur rimanendo in campo, viene impedito di interloquire sul tema della giustizia, se ne può finalmente parlare della prima emergenza che affligge da fin troppo tempo il Paese? Il silenzio imposto al leader del centrodestra su tale questione riporta automaticamente il tema della riforma della giustizia al centro della scena politica nazionale. Ora non solo se ne può parlare visto che il principale interessato è diventato un convitato di pietra, ma si deva anche affrontare con la massima energia possibile. A questa prima conseguenza se ne aggiunge una seconda altrettanto importante. Il bavaglio posto a Berlusconi non comporta affatto un analogo bavaglio a chi la pensa come lui o a chi condivide la inderogabile esigenza di porre mano alla riforma della giustizia. Al contrario, il libera tutto imposto dai magistrati di Milano consente a costoro di discutere apertamente del problema senza farsi condizionare da quello che i loro avversari hanno sempre accusato essere un conflitto d’interessi.

E, soprattutto, mette i fautori della riforma nella felice condizione di non parlare in nome e per conto del proprio leader e delle sue ragioni, ma di interpretare le volontà, gli interessi e le richieste di quella grande parte dell’opinione pubblica italiana che si sente vittima delle infinite manifestazioni di malagiustizia. Il silenzio imposto a Berlusconi, in altri termini, costituisce l’occasione di affrontare finalmente un tabù durato due decenni. Ma rappresenta anche una cartina di tornasole destinata a stabilire senza dubbi di sorta chi crede in buona fede nell’esigenza di riformare il sistema giudiziario per salvare la giustizia in Italia e chi vuole perpetuare all’infinito la malagiustizia, perché in questo modo difende e propri privilegi.

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