Archivio mensile:maggio 2014

Cinismo e spregiudicatezza non fanno un leader

Non sarà la testa rotolata di Francantonio Genovese a frenare la corsa elettorale di Beppe Grillo. L’idea di Matteo Renzi di placare la voglia di forca e di ghigliottina che vent’anni di giustizialismo hanno instillato nel Paese procedendo all’esecuzione sommaria di un proprio parlamentare, si è rivelata un errore grossolano. Perché a consentito al leader del Movimento Cinque Stelle di rivendicare il merito dell’atto esemplare. E, soprattutto, perché ha dimostrato come il Premier non abbia saputo elaborare una strategia capace di fronteggiare la protesta che sale nella società italiana diversa da quella seguita dai quanti negli ultimi vent’anni lo hanno preceduto alla guida della sinistra italiana.

Renzi non ha capito la lezione che avrebbe dovuto impartirgli il fallimento dei vari D’Alema, Veltroni e Bersani. Cioè che il giustizialismo non si combatte con il giustizialismo, visto che c’è sempre, come dicevano i saggi del dopoguerra, chi si atteggia a più puro che ti epura. Il giustizialismo, al contrario, si combatte per un verso con la strenua difesa dello Stato di diritto, quello fondato sulle garanzie dei cittadini. E per l’altro affrontando coraggiosamente le cause reali che lo alimentano. Cioè il disagio e le difficoltà crescenti dei cittadini sottoposti ad una crisi economica, politica e morale che non sembra destinata a finire e che non appare avere precedenti.

La campagna elettorale ha messo impietosamente a nudo questa totale incapacità di Renzi di affrontare la protesta giustizialista e la crisi. Il Presidente del Consiglio ha esibito spregiudicatezza con la mancia elettorale degli 80 euro, e cinismo con la brutale esecuzione di Genovese. Ma non è riuscito a dimostrare di avere qualche altra caratteristica e risorsa oltre queste doti da politicante di basso conio. La svolta che aveva promesso non si è vista! Il risultato è che la protesta irrazionale a cui Grillo cerca di dare voce sale e rischia di trasformare il Movimento Cinque Stelle in un partito vicino al 30 per cento dei consensi. E quella sinistra, che avrebbe dovuto essere rigenerata dall’integratore rivitalizzante rappresentato da Renzi, rischia di essere addirittura scavalcata dai puri che la epurano non in nome della ideologia ma della rabbia.

Che succede se le elezioni del 25 maggio non dovessero risolversi nel plebiscito a favore di Renzi, pronosticato dai grandi media e dai sondaggisti servi nelle settimane scorse e concludersi con un trionfo di Grillo e con la conferma di un’area di centrodestra divisa ma ancora maggioritaria nel Paese?

La domanda incomincia a circolare con insistenza. In primo luogo all’interno del Partito Democratico, dove la sensazione crescente è che Renzi si preoccupi solo di se stesso piuttosto che del partito. E dove i nemici del Premier sfruttano questa sensazione per affilare le armi ed aspettare il momento più propizio per la resa dei conti. Ma la domanda gira anche nella maggioranza. Dove chi ha puntato tutte le speranze della propria sopravvivenza politica sulla fortuna del Presidente del Consiglio, incomincia a temere di aver compiuto un investimento sbagliato. Ed a pensare che se Renzi affonda l’unica possibilità di cavarsela è di ridare corpo ad un’area di centrodestra capace di superare il 30 per cento e destinata a diventare l’unico baluardo contro la rabbia dei forcaioli senza programmi.

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La Procura di Milano e il Csm dei veleni

Una volta la Procura dei veleni era quella di Palermo. Adesso è diventata quella di Milano. Con una novità fin troppo significativa. A Palermo i veleni venivano fatti girare nel Palazzo sotto forma di lettere anonime scritte da un “Corvo” mai identificato. A Milano i veleni girano e fuoriescono dal Palazzo attraverso denunce presentate al Consiglio Superiore della Magistratura da magistrati impegnati in scontri e lotte personali che a loro volta determinano indagini da parte dello stesso Csm da cui derivano ulteriori denunce ed inquietanti rivelazioni.

La differenza dai veleni palermitani a quelli milanesi, in sostanza, è che quelli erano di fonte segreta destinata a rimanere tale, mentre questi sono firmati con nome e cognome da magistrati fin troppo noti e hanno come sbocco l’organo di autogoverno della magistratura che ha il compito di dirimere le controversie ed emettere un giudizio. Il salto di qualità segnato dal passaggio dai veleni nascosti a quelli sbandierati è fin troppo evidente. Ma non si tratta di un’evoluzione positiva. Perché l’innovazione della trasparenza causata dalla fine delle lettere anonime e all’avvio delle denunce pubbliche è abbondantemente neutralizzata dalla crescita di un discredito generalizzato nell’opinione pubblica nei confronti non di una Procura qualsiasi ma di quella Procura che, da vent’anni a questa parte, rappresenta il modello ineguagliabile per tutti i magistrati italiani (ed anche stranieri), convinti che il loro compito non sia di applicare la legge ma di rivoltare il Paese come un calzino.

Ora è impossibile per chi non abbia valutato i documenti all’esame del Csm entrare nel merito dei veleni della Procura milanese. E nessuno, fino alla conclusione dell’indagine del Palazzo dei Marescialli, può stabilire se abbia ragione Edmondo Bruti Liberati o Alfredo Robledo o se sia fondata l’accusa del procuratore Manlio Minale ad Ilda Boccassini di aver indagato su Silvio Berlusconi senza averne la titolarità. Ma fin da adesso non si può fare a meno di esprimere due considerazioni generali in merito a questa incredibile vicenda. La prima è che il sospetto del “trattamento speciale” riservato a Berlusconi nella Procura dei veleni pubblici ha trovato una conferma difficilmente contestabile. Nessuno sa quale conseguenza processuale potrà avere questo ritrovamento della “pistola fumante” della persecuzione giudiziaria ai danni del Cavaliere. Ma l’opinione pubblica ora sa, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la persecuzione c’è stata e con essa la distorsione della vita democratica del Paese.

La seconda considerazione riguarda invece la prevedibile conclusione formale della vicenda. Come si comporterà il Csm? Quale giudizio potrà emettere e quali sanzioni potrà comminare agli eventuali responsabili di atti che hanno prodotto un discredito così pesante nei confronti non solo della Procura-guida degli uffici giudiziari italiani ma dell’intera magistratura? Sulla base dell’esperienza del passato è facile rispondere che, a parte qualche generica riprovazione, tutto si risolverà in un nulla di fatto. A tanto discredito non corrisponderà alcuna sanzione. E non per cattiva volontà o per particolare protervia da parte dei componenti del Csm, ma perché l’organo di autocontrollo della magistratura può controllare ma ha dimostrato nel tempo di non saper giudicare i componenti della propria categoria.

A due mesi dalla scadenza dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura sarebbe bene cogliere l’occasione per inserire nel novero delle riforme indispensabili anche quella del Csm. Perché, essendo frutto delle alchimie delle correnti che dividono la magistratura, non solo non è in grado di controllare efficacemente chi deve garantire l’applicazione della legge, ma è diventato nel tempo il “padre di tutti i veleni” che gravano sulla giustizia italiana.

La parola d’ordine è: “azzittire Berlusconi”

La parola d’ordine sembra essere quella di “azzittire Berlusconi”. Per impedirgli di effettuare il solito recupero di consensi che riesce a realizzare in ogni campagna elettorale e per poter finalmente dimostrare, voti alla mano, che il suo ciclo politico è effettivamente concluso.

Ma come si fa ad azzittire Berlusconi che si è buttato a capofitto in campagna elettorale partecipando da protagonista ad ogni possibile trasmissione televisiva e chiedendo ai giudici di sorveglianza di poter essere presente ad alcuni dei principali comizi di piazza organizzati da Forza Italia? La risposta l’ha fornita il sito di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra nata a suo tempo teorizzando la via giudiziaria alla conquista dello Stato borghese, che ha pubblicato un intervento del proprio direttore Beniamino Deidda in cui è stato duramente criticato l’affidamento ai servizi sociali per il leader del centrodestra (“quattro ore settimanali ad intrattenere i vecchini”) e si è rilevato che sarebbe stato molto più opportuno un provvedimento più severo e restrittivo.

L’intervento di Magistratura Democratica ha di fatto dettato la linea per applicare l’imperativo di azzittire Berlusconi. E subito è partita l’operazione tesa a mettere il bavaglio al Cavaliere in campagna elettorale con una adeguata stretta di vite sulla sua condanna ai servizi sociali. L’organo ufficiale della Procura di Milano, cioè il Corriere della Sera, ha preannunciato che la stessa Procura darà parere negativo alla richiesta di Berlusconi ai giudici di sorveglianza di poter partecipare ai comizi di Forza Italia. E lo stesso organo ufficiale ha informato minacciosamente che i magistrati milanesi stanno attentamente valutando le affermazioni rilasciate da Berlusconi nelle sue prime uscite televisive, nella chiara intenzione di trovare le motivazioni adatte per revocare il beneficio dell’affidamento ai servizi sociali e relegare il “condannato” agli arresti domiciliari.

Pare che ogni frase pronunciata dal Cavaliere sia stata esaminata attentamente per valutare se il limite delle “dichiarazioni offensive nei confronti della magistratura” sia stato superato o se le parole di Berlusconi siano fuoriuscite “dall’ambito delle regole della civile convivenza, del decoro e del rispetto delle istituzioni”. E una particolare attenzione è stata data alle critiche che nelle sue prime apparizioni televisive il leader di Forza Italia ha rivolto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Aver sostenuto che Napolitano abbia messo lo zampino nella prima scissione di Gianfranco Fini , nella defenestrazione da Palazzo Chigi in favore di Mario Monti e nella seconda scissione di Angelino Alfano costituisce un oltraggio alle istituzioni? E aver commentato con la battuta “profondo rosso” la fotografia del capo dello Stato rappresenta un atto di dileggio e di diffamazione del primo cittadino della Repubblica?

Il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti, ha voluto far sentire la propria voce sulla questione rilevando che “chi pensa di fare campagna elettorale usando il Presidente della Repubblica scherza con il fuoco”. E il suo intervento, ispirato al motto mussoliniano “chi tocca la Milizia avrà del piombo”, sembra avere chiuso il cerchio aperto dalla sortita di Magistratura Democratica. Per azzittire Berlusconi in campagna elettorale ed impedirgli di raccontare la sua versione della storia patria degli ultimi anni e di ricordare la storia politica dell’inquilino del Quirinale, in sostanza, si userà ancora una volta lo strumento giudiziario. Confermando negli elettori del centrodestra che contro la persecuzione non c’è che un modo: il voto!