Governo sul filo e senza la rete

Pare che i 60 miliardi promessi da Matteo Renzi alle imprese con crediti verso lo Stato siano un terzo. E questo terzo sia formato in gran parte dai miliardi già versati alle imprese nel quadro delle misure varate a suo tempo dal Governo Letta.

Pare poi che i famosi tagli alla spesa pubblica previsti dal commissario Carlo Cottarelli non riusciranno a coprire il fabbisogno necessario a finanziare i dieci miliardi previsti per la riduzione del cuneo fiscale. E pare, infine, che passata l’euforia per le miracolistiche promesse pronunciate in Parlamento e in tivù dal nuovo Presidente del Consiglio, i conti incomincino a non tornare ed a far sospettare che non siamo alla vigilia di alcuna resurrezione economica.

L’edificio governativo, in sostanza, non è ancora stato ultimato ma già è oggetto di sinistri scricchiolii. Che non provengono solo dalla parte economica e finanziaria, ma anche e soprattutto dalla parte politica che dovrebbe essere il suo più solido fondamento. Non è un caso che il ritorno di Pierluigi Bersani alla Camera, con annesso abbraccio volutamente significativo all’asfaltato Enrico Letta, sia coinciso con il ritorno in campo di Massimo D’Alema, fino a ieri ufficialmente interessato solo alle grandi questioni europee e da ieri di nuovo intrigato dalle vicende interne del Pd.

E non è affatto un caso che mentre Pippo Civati ha confermato di lavorare alla preparazione di un gruppo autonomo chiamato Nuovo Centrosinistra, l’ex segretario del partito Guglielmo Epifani abbia avvertito l’esigenza di manifestare in un’intervista al Corriere della Sera tutte le perplessità sue e della maggioranza dei parlamentari del Pd per la nuova fase politica segnata dall’ascesa a Palazzo Chigi di Matteo Renzi. Nessuno pensava che la tradizionale luna di miele del Governo potesse durare troppo a lungo. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che già all’indomani del voto di fiducia la spinta propulsiva del nuovo Governo venisse frenata dalle barriere provenienti dal partito del Premier.

L’aria che tira non è delle migliori per Renzi. Che da adesso in poi deve vedersela non tanto con le resistenze dei partners della coalizione, con l’opposizione oltranzista dei grillini e quella “costruttiva” di Forza Italia, ma con le oggettive difficoltà di una situazione economica che non consentono miracoli di sorta e con l’azione di logoramento avviata dai suoi irriducibili avversari interni del Partito Democratico.

In queste condizioni appare irresponsabile e ridicola la battaglia che i “cespugli” centristi ed i malpancisti del Pd stanno facendo contro l’approvazione della legge elettorale. Il Governo può cadere da un momento all’altro lasciando come unica alternativa la necessità di andare ad elezioni anticipate. Ma non solo la nuova legge elettorale non viene approvata, ma si cerca di rinviarla il più lontano possibile legandola alla approvazione della riforma costituzionale per l’abolizione del Senato. E non per un qualche superiore interesse del Paese, ma per l’evidente interesse degli attuali parlamentari entrati alla Camera ed al Senato con il “Porcellum” di continuare a mantenere la propria poltrona ed il proprio stipendio il più a lungo possibile.

Certo, in caso di estrema necessità si potrebbe sempre andare a votare con la legge elettorale realizzata in maniera dissennata dalla Corte Costituzionale. Ma perché non mettere una rete un po’ più solida sotto un Governo che cammina sul filo e può facilmente precipitare a terrà?

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Matteo Renzi e l’euro-furbata

 

La ricetta è pronta. Ed è di una semplicità disarmante. Da un lato un aumento delle rendite finanziarie che non tocca i Bot delle famiglie ma che è rivolto solo alla Borsa. E che dimostra alla severa Europa che l’Italia è decisa a fare sul serie per ridurre il proprio debito. Dall’altro l’operazione con la Cassa Depositi e Prestiti che dovrebbe consentire di mettere in circolo nella società assetata il flusso vitale di 60 miliardi di crediti delle aziende nei confronti dello Stato. E che, con un’accorta spiegazione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dovrebbe assicurare la sempre severa Europa che l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti non provoca un aumento del debito pubblico e non provoca lo sforamento del fatidico limite del 3 per cento ma va interpretata, in quanto mossa antirecessiva, come un’operazione rivolta sempre alla riduzione del rapporto tra Pil e debito pubblico.

Ma perché, se è così semplice, efficace ed attuabile, una manovra del genere non è stata realizzata in precedenza? La colpa, viene spiegato, è dei burocrati del ministero del Tesoro. Che si sono sempre opposti all’operazione sostenendo che dall’Europa non sarebbe mai venuto un via libera in quanto il ricorso ai soldi della Cassa Depositi e Prestiti sarebbe stato interpretato come una manovra all’italiana per aggirare senza pagare pegno il vincolo del 3 per cento del rapporto tra Pil e debito pubblico.

Nessuno sa bene se la posizione dei burocrati del Tesoro sia cambiata da quando venne espressa e fatta propria dall’allora ministro, Fabrizio Saccomanni. E nessuno, per la verità, sa bene se il nuovo ministro Padoan sia d’accordo con la mossa con cui il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi vorrebbe dare scacco matto alle rigidità di Bruxelles. L’unico dato certo è che la posizione dell’Europa non sembra affatto cambiata. Non a caso, proprio nei giorni scorsi il commissario Olli Rehn ha rilevato che i conti italiani sono sempre a rischio e che solo una sensibile riduzione del debito pubblico può raddrizzare la situazione. E sempre non a caso lo stesso Rehn, che in passato ha sollecitato l’Italia ad adottare la patrimoniale per ridurre il debito, ha sottolineato come Padoan, cioè il nuovo ministro dell’Economia da sempre favorevole alla patrimoniale, “sa cosa è necessario fare”.

La speranza, ovviamente, è che i burocrati del ministero non si mettano nuovamente di traverso. E, soprattutto, che Rehn e tutti i rigoristi di Bruxelles accettino la tesi secondo cui l’intervento per 60 miliardi della Cassa Depositi e Prestiti non costituisce uno sforamento del 3 per cento nel rapporto tra Pil e debito pubblico. L’auspicio, in sostanza, è che l’aggiramento delle rigidità europee con la mossa suggerita da Bassanini e fatta propria da Renzi possa avere successo. Perché un’iniezione di 60 miliardi non potrebbe non rivitalizzare un’economia e una società allo stremo. Ma che succede se Rehn ed i burocratici europei (quelli italiani non li calcoliamo neppure) si dovessero mettere di traverso e bloccare l’operazione rispolverano le solite lamentele contro le furbate all’italiana?

Esiste, in sostanza, un “piano B” da seguire nel caso la manovra con la Cassa Depositi e Prestiti non possa essere attuata, oppure tutte le speranze sono appese alla difficile riuscita della strategia del “colpo solo” sui crediti delle imprese? La sensazione, che poi è una forte preoccupazione, è che il piano B esista. E che venga tirato fuori nel momento in cui la “perfida Europa” dovesse respingere la furbata all’italiana. Si chiama patrimoniale o tassazione straordinaria sui depositi bancari. E sarebbe una rovina per un Paese già massacrato dalla recessione!

La strada in salita del Governo marziano

Superato lo scoglio delle votazioni di fiducia al Senato e alla Camera e predisposta l’infornata dei viceministri e dei sottosegretari rispettando rigorosamente il Manuale Cencelli, il Governo di Matteo Renzi è chiamato a dare un contenuto ai titoli del “Libro dei sogni” esposto a Palazzo Madama ed a Montecitorio dal Presidente del Consiglio.

Rispolverare la definizione che nella Prima Repubblica veniva usata per le dichiarazioni programmatiche dei Presidenti del Consiglio dell’epoca, non nasconde un giudizio negativo nei confronti delle prime uscite parlamentari di Renzi. I sogni indicano le ambizioni. E se l’ambizione è quella di far uscire dalla palude un Paese che rischia di essere risucchiato dalle sabbie mobili della crisi, non può non essere accolta e salutata con speranza e incoraggiamento.

Bene, allora , il “Libro dei sogni” del nuovo Premier. Ma sempre a condizione che questi sogni abbiano la possibilità di essere realizzati e che le grandi ambizioni siano concretizzabili e non velleitarie. Dire che Renzi abbia fornito in Parlamento la dimostrazione di essere in grado di rispettare questa condizione sarebbe decisamente azzardato. A lasciare molti dubbi in proposito non è stata la forma usata dal Premier nei discorsi programmatici e nelle repliche. Parlare a braccio in occasione della presentazione del Governo è sicuramente inusitato, ma non è obbligatoriamente un segno di superficialità e approssimazione. A patto, però, che nel parlare a braccio rivolgendosi al Paese e non al Palazzo non ci si limiti ad indicare i propositi, ma si fornisca anche qualche indicazione su come raggiungere concretamente gli obiettivi prescelti.

Da questo punto di vista non si può non rilevare come la partenza del Governo abbia suscitato, non solo nel Palazzo e tra gli addetti ai lavori della politica ma anche nel Paese e tra la gente comune, una sensibile delusione. A suscitarla non sono state le mani in tasca, il tono da comizio sulla piazza del mercato o gli atteggiamenti irrituali nei confronti delle aule “sorde e grigie”. È stata la totale vaghezza che ha contraddistinto la presentazione del Governo alle Camere. Una vaghezza che non ha colpito solo gli smaliziati e magari prevenuti senatori e deputati, ma anche quella parte dell’opinione pubblica che comprende come per uscire dalla crisi non sia sufficiente la disinvoltura e la spregiudicatezza, ma anche qualche idea realmente innovativa innestata sulla base di una seria e reale competenza. A dare questa impressione è stato lo stesso Renzi. Dire, come ha fatto, che la sua presenza in Parlamento come Presidente del Consiglio sia la dimostrazione di come chiunque possa diventare Capo del Governo, non ha rassicurato affatto l’opinione pubblica. Al contrario, l’ha decisamente preoccupata e spaventata. Perché non è affatto tranquillizzante sapere che chiunque possa diventare il timoniere della navicella nella tempesta. Molto più rassicurante, invece, è sapere e rendersi conto che chi è al timone ha la capacità, la competenza e l’esperienza necessarie per svolgere al meglio il difficilissimo compito a cui è chiamato.

Diamo pure per scontato che l’aver dato l’impressione di essere un “pericoloso chiunque” sia stato il frutto di una semplice ingenuità. Ma questa ingenuità ha prodotto come conseguenza il dubbio che Renzi sia solo un simpatico sbruffone del tutto inadeguato all’impresa ciclopica che dice di voler realizzare. La strada del Governo, dunque, parte in salita. Per tornare al piano spetta a Renzi dimostrare al più presto di non essere l’intellettuale del “Marziano a Roma” di Ennio Flaiano, quello a cui la “parola” serviva solo per nascondere un pensiero. Che non c’era!

Riforma per l’anomalia del Premier dimezzato

Matteo Renzi sta incominciando a rendersi conto che nel nostro Paese il Presidente del Consiglio non è il Capo del Governo e neppure il “primus inter pares”, ma è solo un “minus” esposto ad ogni genere di condizionamento. Può essere che da sindaco di Firenze abbia pensato che Palazzo Chigi potesse essere un Palazzo Vecchio più grande e, soprattutto, contenente la mitica “stanza dei bottoni”.

Ma i pochi giorni passati da Presidente del Consiglio incaricato gli debbono aver fatto capire che nel Palazzo ci sono tante stanze ma pochissimi bottoni. Cioè che non basta aver vinto le Primarie del Partito Democratico con due milioni e mezzo di voti per assumere un ruolo di guida effettiva e piena dell’Esecutivo. E che non basta neppure una investitura da parte del corpo elettorale. Ci vuole una vera e propria riforma capace di liberare il ruolo di Presidente del Consiglio di tutti i condizionamenti che gli cadono addosso da un sistema istituzionale fatto apposta per impedire che un Premier sia effettivamente tale.

La necessità di una riforma del genere diventa più evidente proprio nella fase della preparazione del futuro Governo. In particolare nel momento della scelta dei ministri. Quando, cioè, il Presidente del Consiglio incaricato deve, attraverso l’individuazione dei responsabili dei dicasteri, disegnare la fisionomia di quello che passerà alla storia come il Governo che porterà il suo nome. Già, come sarà l’aspetto del “Renzi I”? Rispecchierà il carattere, l’ambizione, i pregi ed i difetti del suo formale titolare, oppure risulterà essere una sorta di costume d’Arlecchino in cui ogni toppa sarà riconducibile ad un “padrone” diverso da quello ufficiale?

Nella Prima e nella Seconda Repubblica i Governi sono sempre stati costruiti sulla base del manuale Cencelli, applicato alle coalizioni di cui erano espressione. Il Presidente del Consiglio poteva al massimo scegliersi il sottosegretario alla Presidenza, suo più stretto collaboratore. E poteva trattare con i partiti e con le correnti sui nomi dei responsabili del dicasteri. Nella fase di avvio della cosiddetta Terza Repubblica al manuale Cencelli si è aggiunta una nuova e più stringente regola. Quella che impone al Presidente del Consiglio incaricato di concordare i nomi dei ministri più qualificanti con il Presidente della Repubblica, titolare non tanto di un potere che gli viene dalla Costituzione ma di una forza condizionante che gli deriva dall’aver assunto il ruolo di supremo garante degli interessi europei in Italia.

Renzi aveva probabilmente messo in conto che nel fare il Governo avrebbe dovuto accettare la pretesa di Angelino Alfano di rimanere al Viminale, di Scelta Civica di avere comunque un proprio rappresentante, di Casini di non vedere cacciato Mauro, del Pd di ottenere un numero di dicasteri più ampio di quello del Governo Letta. Ma forse non aveva previsto che nella scelta del ministro dell’Economia avrebbe dovuto trattare con Giorgio Napolitano, divenuto portavoce della richiesta delle Cancellerie europee di piena e totale continuità della politica economica italiana.

Il Presidente della Repubblica, in pratica, ha chiesto che all’Economia vada un tecnico che non modifichi di un millimetro la linea di Monti e di Saccomanni. E di fronte a questa richiesta del Quirinale al povero Renzi non è rimasto altro che chiedere di poter almeno ritrovarsi con un personaggio con cui andare minimamente d’accordo. Il Governo che nasce, quindi, non sarà il “ Renzi I” ma il “Renzi-Napolitano III”. Cioè la dimostrazione lampante della necessità di una riforma destinata ad eliminare l’anomalia del Premier dimezzato.

Consiglio non richiesto ad Angelino Alfano

 

Il dramma di Angelino Alfano si chiama assenza di credibilità. Ha sostenuto per un anno di seguito che la scissione e la rottura del rapporto umano e politico con Silvio Berlusconi erano stati un atto di responsabilità imposto dalla necessità inderogabile di garantire la governabilità del Paese. Ed oggi, quando si propone di entrare nel Governo di Matteo Renzi per fare quella rivoluzione liberale che non è stata fatta dal Cavaliere, appare privo di qualsiasi credibilità. E non solo perché alla rivoluzione liberale ci avrebbe potuto pensare nei lunghi anni in cui è stato il segretario del Popolo della Libertà in quanto delfino designato di Berlusconi. Ma perché se la governabilità è il bene supremo a cui ha sacrificato un affetto filiale e la propria storia politica, entrare a far parte del nuovo Governo diventa un obbligo inderogabile anche se a guidare la compagine governativa invece di Renzi ci fosse Nichi Vendola.

In questa luce la questione della rivoluzione liberale diventa un tentativo disperato per nascondere l’impossibilità del Nuovo Centrodestra di sottrarsi alla partecipazione al Governo in un ruolo del tutto simile a quello dell’intendenza di Napoleone costretta per definizione a seguire. Alfano non può far altro che entrare a far parte in una posizione del tutto marginale in una coalizione governativa che non è più il frutto delle “piccole intese” tra sinistra e parte del centrodestra, ma che è fondata sulla centralità assoluta del Partito Democratico e del suo prorompente segretario.

Si capisce che per evitare al Ncd di fare la figura del partito dei contadini dei governi comunisti della Polonia di Gomulka, cioè della semplice foglia di fico della sinistra egemone, Alfano non trovi di meglio che accentuare la polemica con il partito di provenienza. Ma può bastare alzare i toni contro gli amici ed il benefattore di un tempo per riuscire a non impiccarsi al palo che lui stesso ha costruito e per trovare uno sbocco politico al culo di sacco in cui si è infilato?

L’impressione è che l’eccesso di nervosismo del segretario del Ncd e dei suoi amici dipenda dalla visione miope che ha contraddistinto gli alfaniani e il loro leader fin dal tempo della scissione del Pdl. Allora il loro unico orizzonte era la governabilità dell’Esecutivo Letta. Oggi è assicurare la governabilità del Governo Renzi. Il tutto, sia nel primo che nel secondo caso, per avere il tempo e le occasioni governative necessarie a sopravvivere ed a consolidarsi. Forse in attesa del tramonto definitivo della leadership di Berlusconi sul centrodestra per diventarne il sostituto. O, forse, in attesa della costruzione di un’area centrista capace di raccogliere i voti del centrodestra al momento dell’eclissi del Cavaliere.

L’incertezza sull’obiettivo strategico pesa come un macigno sulla credibilità di Alfano. E, soprattutto, gli preclude la possibilità sia di porsi come l’aspirante artefice della rivoluzione liberale non fatta da Berlusconi, sia come il perno centrale di un’ipotetica restaurazione democristiana, sia, addirittura, come partner semi-paritario di Renzi nella trattativa per la formazione del nuovo Governo.

Per rompere questa situazione di stallo il segretario del Ncd dovrebbe uscire dall’incertezza e comportarsi di conseguenza. Ma, più di ogni altra cosa, dovrebbe capire che se l’obiettivo ultimo è quello di succedere a Berlusconi nel ruolo di federatore del centrodestra o di raccogliere i voti oggi del Cavaliere per un futuro centro attrattivo della destra, deve rinunciare alla linea dell’ostilità e della spaccatura con l’area politica d’origine, ma caratterizzarsi come l’uomo del dialogo, del confronto, della ricomposizione con la maggioranza del centrodestra. Perché dalla sinistra sarà sempre un sopportato. E se ora rompe definitivamente con il suo mondo non saprà più a chi rivolgersi in futuro. Come Fini!

La sinistra che deve fare la destra

Renzi come D’Alema, entrambi a Palazzo Chigi per manovre di Palazzo e senza investitura popolare? In apparenza è così. Ma nella sostanza la similitudine è molto più profonda. E riguarda la vera anomalia della politica italiana, quella che spingeva l’Avvocato Giovanni Agnelli a sostenere che nel nostro Paese solo un Governo di sinistra può realizzare politiche di destra.

Massimo D’Alema sostituì Romano Prodi alla guida del Governo grazie ad un’operazione condotta con spregiudicata abilità da Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio e della lealtà atlantica dell’Italia. L’ex Presidente della Repubblica non era animato dall’intento di favorire il perfezionamento della democrazia dell’alternanza determinando la nascita del primo Governo a guida post-comunista della storia dell’Italia repubblicana. Voleva solo, sicuramente su sollecitazione dei massimi vertici della Nato (cioè degli Stati Uniti), creare le migliori condizioni affinché il nostro Paese potesse assicurare l’uso delle proprie basi militari e della propria partecipazione alla guerra che l’Alleanza Atlantica si accingeva a scatenare contro la Serbia di Milosevic.

Il cattolico Prodi avrebbe potuto garantire che l’Italia sarebbe entrata in guerra, per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale, tenendo a freno le tensioni che sarebbero inevitabilmente venute dalla sinistra pacifista e antiatlantica che era forza determinante del suo Governo? Cossiga e i suoi ispiratori giudicarono opportunamente che Prodi non avrebbe potuto offrire alcuna garanzia in questo senso. Pensarono che solo un comunista avrebbe potuto fare guerra ad un Paese comunista tenendo a bada i propri comunisti. E realizzarono la manovra di Palazzo che portò il primo ex comunista a guidare il Governo della prima guerra dell’Italia repubblicana contro il comunista Milosevic. Un capolavoro! Ovviamente di applicazione della tesi di Agnelli secondo cui nel nostro Paese solo Governi di sinistra possono comportarsi come Governi di destra.

Matteo Renzi si accinge a compiere un’operazione del tutto simile a quella realizzata a suo tempo da D’Alema. Non deve portare il Paese ad entrare in guerra tenendo tranquilla la sua base pacifista. Deve realizzare quella serie di riforme che i Governi di centrodestra degli ultimi vent’anni non sono riusciti a compiere a causa dell’opposizione intransigente della propria parte politica. Dalle riforme istituzionali bocciate dal referendum promosso e vinto a suo tempo dal Partito Democratico all’abolizione, almeno per i primi tre anni dei nuovi assunti, di quell’articolo 18 contro cui il centrodestra si batté inutilmente a suo tempo, fino alla riduzione delle tasse e alla ridefinizione dei rapporti economici con l’Europa fino ad ora rimasti degli autentici tabù per la sinistra italiana.

Non c’è da stupirsi, allora, se Renzi trova resistenze nel suo partito e suscita simpatie e attese nel campo avversario. C’è da riflettere, semmai, sul fatto che il precedente di D’Alema non alimenta grandi speranze sulla durata del Governo di Renzi. Una volta che hanno esaurito il compito a cui sono stati chiamati, i Governi di sinistra che fanno politiche di destra vanno a casa. Ma c’è, soprattutto, da riflettere sulla difficoltà del nostro Paese di superare quell’anomalia che gli impedisce di essere normale. Una anomalia rappresentata dal ruolo egemonico della sinistra nella società nazionale, quel ruolo che impedisce il corretto funzionamento della democrazia dell’alternanza e subordina sempre e comunque il futuro del Paese a quella casta che sfrutta questa egemonia per perpetuare all’infinito i propri privilegi.

Il piede sbagliato di Matteo Renzi

Nessuno dubita che alla fine Matteo Renzi riesca a mettere in piedi il prossimo Governo. Perché le resistenze di Angelino Alfano sono solo un tentativo scontato di alzare il prezzo e di marcare un’identità che senza neppure questo abbozzo di trattativa sarebbero l’uno inesistente e l’altra spazzata via. Ma è troppa la paura del segretario del Nuovo Centrodestra di andare al voto ed essere asfaltato dagli elettori della sua area. Ed è quindi facile presumere che la trattativa si concluderà positivamente e anche in tempi brevi. Lo stesso vale per l’altra resistenza, quella della parte della sinistra interna rappresentata da Civati. Che sembra destinata ad avere lo stesso esito di quella di Alfano. Poiché le sole ambizioni del giovane Pippo, almeno in questa fase, sono di mostrare la propria esistenza e di strappare al titubante Cuperlo la leadership dell’opposizione all’attuale segretario.

Certo, se Alfano avesse coraggio renderebbe impossibile a Renzi l’impresa di formare il Governo e andrebbe alle elezioni anticipate con i titoli ed i meriti giusti per strappare a Berlusconi il ruolo di unica alternativa alla sinistra ed i voti della maggioranza degli elettori di centrodestra. Ma il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare. E con la scusa che nel Governo non entrerà Sel, il Nuovo Centrodestra si accontenterà di un paio di poltrone marginali pur di scongiurare la iattura del voto anticipato. Lo stesso esito, ma per diverse motivazioni, vale per Civati. Per diventare il leader dell’opposizione interna del Partito Democratico, il giovane antagonista di Cuperlo ha bisogno di un Governo a guida Renzi da incalzare e da contestare fino ma non oltre il limite della rottura. Per cui logica vuole che il segretario del Pd riesca ad installarsi a Palazzo Chigi senza eccessivi problemi.

La sua, però, non è una marcia trionfale. Ad offuscare l’immagine di supereroe e ad alimentare il sospetto che il cammino di Renzi sarà comunque impervio, gioca un fenomeno che nessuno aveva messo in conto: la difficoltà che il prossimo Presidente del Consiglio sta incontrando nel trovare personaggi nuovi e di spicco da inserire nel Governo. Lo scrittore Alessandro Baricco ha rifiutato il ministero della Cultura. Andrea Guerra, l’amministratore delegato di Luxottica, si è sfilato. Lo stesso hanno fatto Oscar Farinetti, l’artefice di Eataly, Romano Prodi, Diego Della Valle, Gino Strada e forse anche Luca Cordero di Montezemolo. Ognuno ha tirato in ballo motivazioni diverse per il proprio rifiuto. Ma il complesso dei “no” ha dato l’impressione che sull’impresa di Renzi aleggi un certo grado di scetticismo, anche da parte dei suoi più accesi sostenitori e simpatizzanti della cosiddetta società civile. Questo alone di perplessità, di dubbio, di incertezza costituisce un elemento di debolezza che non era stato minimamente considerato, ma che può diventare il vero punto debole della compagine governativa in formazione.

Può essere che con il suo indiscusso vitalismo Renzi riesca a cancellare quest’ombra oscura. E a trovare altri nomi di personaggi illustri con cui fare gli effetti speciali. Ma intanto la sua energia è impegnata a convincere Alfano, a piegare Civati, a trattare con Monti che vuole tornare in Europa e Scelta Civica che vuole un posto di riguardo nel Governo. E se tanta fatica lo porterà a dare vita ad un Esecutivo con i Lupi, le Lorenzin, i Nencini, le Giannini oltre ad Alfano e ad Epifani, tutti dovranno convenire che sarà partito con il piede sbagliato.

Campagna elettorale Renzi a Palazzo Chigi

Il proposito dichiarato è di formare un Governo che arrivi fino alla scadenza naturale della legislatura. Addirittura fino al 2018. Ma si tratta solo dello specchietto per le allodole centriste. Quelle come il Nuovo Centrodestra, Scelta Civica, i neo-popolari e l’Udc. Che hanno come unica preoccupazione quella di non andare a votare a maggio per non essere spazzate via dalla scena politica del Paese e sono pronte ad ingoiare ogni tipo di rospo pur di rinviare il più lontano possibile la verifica popolare.

In realtà la stella polare che Matteo Renzi segue nel liquidare Enrico Letta, con una brutalità inusitata e poco in linea con le comuni origini democristiane, è proprio la prospettiva del voto. Il segretario del Partito Democratico sa bene che imitare D’Alema riservando a Letta la stessa sorte riservata dal rottamato a suo tempo a Prodi non è il miglior viatico per la sua avventura a Palazzo Chigi. E sa anche meglio che una volta insediato alla Presidenza del Consiglio senza mandato popolare sarà oggetto della stessa velenosa azione di logoramento che i suoi compagni di partito hanno riservato nel passato allo stesso D’Alema, a Walter Veltroni, a Pierluigi Bersani oltre, naturalmente, al già citato Prodi.

Chi glielo fa fare, allora, a prendersi la responsabilità di liquidare Letta e assumersi il fardello della guida del Governo sapendo che non lo aspetta solo il tradizionale pacchetto di lacrime e sangue, ma anche un robusto sovrappiù di trappole, veleni, coltellate e tradimenti vari? I suoi amici dicono che, come le spose ipocrite dell’Ottocento, non lo fa per piacer suo ma per far piacere al Paese. Cioè che si è reso conto che senza un colpo d’ala deciso, l’Italia va definitivamente a fondo. E, questa volta in perfetto spirito democristiano, si sacrifica per amor patrio e spirito di servizio. In realtà il calcolo di Matteo Renzi è di tutt’altro genere. Ed è tutto rivolto al momento della verifica elettorale che, nel formare una sorta di monocolore Pd in cui figurano alcune foglie di fico del Ncd, di Scelta Civica e cespugli vari, non ha alcuna speranza di arrivare alla fine della legislatura. Renzi sa bene che con Letta o con lui stesso a Palazzo Chigi le elezioni sono comunque vicine. Forse in autunno. Di sicuro non oltre la primavera del prossimo anno. Il problema per lui è come arrivarci.

Lasciando in piedi il Governo Letta, il suo Pd, cioè lui stesso, sarebbe arrivato al voto esaurito dal peso di un Esecutivo incapace di uscire dal piccolo cabotaggio e di affrontare la crisi con coraggio e determinazione. Conquistando con il ferro e con il fuoco Palazzo Chigi può invece sperare di esaurire in sei mesi o al massimo in un anno tutti i fuochi d’artificio in suo possesso e arrivare all’appuntamento del voto sulle ali di una innovazione (magari solo di facciata ma comunque efficace) in grado di dargli quella legittimazione popolare che oggi non ha e che lo rende simile al rottamato D’Alema.

Certo, si tratta di un azzardo. Che per funzionare ha bisogno della paura dei cespugli e dell’interesse di Berlusconi di assumere le vesti di Padre della Patria nel realizzare le grandi riforme utili al Paese. Ma è un azzardo che ha solo una alternativa. Quella di trasformare la “sciocchezza” di Napolitano in realtà e andare subito al voto. Con il peso Letta e quello di un partito a cui, giustamente, l’opinione pubblica incomincia ad attribuire la responsabilità principale dello sfascio in atto!

Napolitano: “capriccio” e… “imposizione”

Se non è stato un “capriccio” è stata una “imposizione”. E ora il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di fronte alle rivelazioni di Alan Friedman sull’intenzione del Quirinale di portare alla guida del Governo Monti manifestata molti mesi prima della crisi che portò alla caduta del Governo Berlusconi, non può sottrarsi in alcun modo al dovere di chiarire questa grave questione.

Se non avesse escluso l’ipotesi del “capriccio” personale nei confronti di Monti e non avesse insistito nel sostenere che il nome dell’ex Rettore della “Bocconi” emerse dalle consultazioni realizzate dopo le dimissioni di novembre del Cavaliere, oggi il Capo dello Stato potrebbe tranquillamente spiegare di aver legittimamente pensato, nell’estate della tempesta dello spread, all’economista Monti come possibile sbocco della crisi che si andava addensando sul Paese. Ma Napolitano ha escluso il “capriccio”. Ha negato di aver preparato in estate la soluzione Monti realizzata nel successivo autunno. Ha insistito, anche a dispetto della sua decisione di nominare senatore a vita il predestinato professore prima del cambio di Governo, sulla tesi che solo dalle consultazioni sarebbe emersa l’indicazione del fatidico nome.

E ora, a meno di sconfessare se stesso, non può tornare sui propri passi spiegando che in effetti, di fronte alla tempesta estiva dello spread, in estate aveva avuto una mezza idea su Monti. E che rientra nelle facoltà del Capo dello Stato di pensare per tempo alle possibili soluzioni delle crisi future. Se non è “capriccio”, quindi, non può essere che “imposizione”. Quella che sarebbe stata compiuta su Giorgio Napolitano dalla pressione congiunta della Cancelliera tedesca Merkel e dall’allora Presidente francese Sarkozy, decisi a sbarazzarsi di un Premier italiano (Silvio Berlusconi) colpevole di opporsi alle loro pretese egemoniche sull’intera Europa.

C’è stata una “imposizione” del genere sul Quirinale da parte dei Governi tedesco e francese? Dopo le rivelazioni di Friedman, Napolitano non può sottrarsi a questo interrogativo. Anche perché gli indizi che pressioni in questo senso ci siano state non mancano. A partire dalle ammissioni fatte dall’allora premier spagnolo Zapatero, secondo cui nei vertici europei del tempo si vociferava esplicitamente della imminente cacciata di Berlusconi e della sua sostituzione con Monti. A finire con l’ormai accertata circostanza che la tempesta dello spread dell’estate del 2011 non fu spontanea, ma dipese dalla decisione del Governo di Berlino di vendere attraverso la Bundesbank tutti i titoli del debito pubblico italiano posseduti dalle banche tedesche. Decisione a cui seguirono per imitazione (fenomeno normale sui mercati finanziari) analoghe vendite da parte degli altri istituti internazionali.

Napolitano, quindi, deve chiarire se la crisi che portò alla dimissioni del Governo Berlusconi venne o meno imposta da governi stranieri. Se la scelta di Monti Presidente del Consiglio di un Governo tecnico venne sollecitata o meno dall’esterno del nostro Paese. E, soprattutto, se la linea di politica economica realizzata successivamente da Monti, incentrata sulla sola punizione fiscale degli italiani, sia stata “imposta” o meno da potenze estere.

Il chiarimento sarà sicuramente utile a chi dovrà scrivere in futuro la storia di quegli anni. Ma è indispensabile oggi per decidere il presente. Che non riguarda tanto la sorte personale di un Presidente della Repubblica. Ma quella generale di una nazione, che può rinunciare a parte della propria sovranità in nome dell’Unità Europea, ma a cui non si può sottrarre sovranità per gli interessi di chi considera l’Europa “cosa loro”.

Grasso e la prossima campagna del Cav.

Non sarà il “povero untorello” Piero Grasso a bloccare il cammino delle riforme. Anche se il povero untorello è il Presidente del Senato, cioè la seconda carica dello Stato. Perché il povero Grasso non è finito nella poltrona più alta di Palazzo Madama, a poca distanza da quella altissima del Quirinale, al termine di un percorso politico ricco ed articolato che lo ha posto in uno dei vertici più significativi delle istituzioni. È solo un nominato miracolato. E in quanto Presidente della Camera Alta della Repubblica è un nominato più miracolato di ogni altro parlamentare.

Se Pierluigi Bersani non avesse voluto inserire nella lista del Partito Democratico un rappresentante del partito dei giudici militanti, non sarebbe mai finito in Senato. E se non avesse deciso di blandire il Movimento Cinque Stelle pagando loro il pedaggio di un candidato giustizialista per il vertice di Palazzo Madama e di una candidata ricca solo di banalità politicamente corrette per quello di Montecitorio, il povero Grasso, così come la povera Boldrini, non sarebbero mai finiti a fare compagnia al vegliardo togliattiano Napolitano nel dimostrare come sia caduta in basso l’Italia repubblicana. Per questo il centrodestra non dovrebbe reagire esageratamente alla decisione di Grasso di far costituire il Senato come parte civile nel processo contro Silvio Berlusconi per la presunta compravendita di parlamentari all’epoca della caduta del Governo Prodi.

È sufficiente denunciare che l’atto del povero untorello è un gesto maramaldesco di un piccolo esibizionista, il gesto politicamente imbarazzante di un modesto ex magistrato che non sa resistere al richiamo della foresta del più irresponsabile giustizialismo giudiziario. Ma bloccare il percorso delle riforme sarebbe un clamoroso errore. Perché il comportamento di Grasso è solo in apparenza una pugnalata alla schiena di un avversario politico come Silvio Berlusconi, che ha già dovuto subire la nefandezza della espulsione dal Senato. Ma è soprattutto un problema politico per la sinistra e per il nuovo segretario del Pd, Matteo Renzi, che ora ha la conferma definitiva che le uniche e sole resistenze al suo progetto riformista provengono dall’interno della sua area politica. Da un punto di vista politico, infatti, Grasso non ha messo in difficoltà il leader del centrodestra.

Che anzi può a ragione citare l’episodio a dimostrazione e conferma che certa sinistra concepisce il confronto con l’avversario come semplice persecuzione “perinde ac cadaver”. Ha fatto prendere atto a Renzi che se vuole portare avanti il disegno delle grandi riforme non deve solo superare le resistenze dei conservatori istituzionali della sinistra, battere la minoranza interna degli irriducibili nostalgici dalemiani e svegliare dal lungo sonno post-comunista un partito fermo al passato. Deve anche affrontare il “vasto programma” della lotta a quei poveri untorelli alla Grasso, che hanno una smania di protagonismo direttamente proporzionale alla loro totale insipienza politica. E incominciare a calcolare quanti voti farà recuperare a Berlusconi alle prossime elezioni il comportamento politicamente demenziale di chi ha scambiato la Presidenza del Senato per la Procura di Napoli.